Scandalo della Banca Romana


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Scandalo della Banca Romana – Lo scandalo della Banca Romana è stato un caso politico-finanziario di rilevanza nazionale che fu al centro delle cronache tra il 1892 e il 1894 e che ebbe come elemento centrale la scoperta delle attività illecite del governatore della Banca Romana nel decennio precedente. Furono coinvolti presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari e giornalisti.

Nonostante la gravità delle accuse i processi portarono all’assoluzione degli accusati. Anche per Francesco Crispi, particolarmente implicato nello scandalo, le conseguenze politiche furono minime e già nel dicembre 1893 tornò ad essere presidente del Consiglio dei ministri per la terza volta.

Profilo storico

Le origini di questa banca ]risalgono a un precedente istituto denominato Cassa di Sconto, fondato a Roma il 12 luglio 1825 con facoltà di emissione di biglietti di banca e chiuso cinque anni dopo con l’estinzione dei depositi e il ritiro della cartamoneta emessa.

Sulle ceneri della società mai liquidata nel 1834 una notificazione del cardinale Tommaso Bernetti autorizza la costituzione della Banca Romana, fondata effettivamente a Parigi per rogito del notaio Bouard con atto del 5 maggio 1834 e la denominazione Società Anonima per azioni della Banca Romana. L’inizio dell’attività risale al successivo 5 dicembre. All’istituto è accordato il privilegio dell’emissione di banconote (al momento la valuta corrente è lo scudo romano) nel limite di una riserva aurea indicata in varie fonti in circa 4 000 000, ma nasce fin dall’inizio sotto i cattivi auspici di interessi privati formulati contro il cardinale Giacomo Antonelli, la cui famiglia prende effettivamente le sue redini.

Della sua attività fino ai moti del 1848 le fonti sono avare di informazioni, e qualche notizia si ricava dai provvedimenti presi durante la Repubblica Romana: un decreto del Triunvirato dispone l’emissione di banconote per un totale di 1 300 000 scudi ad un tasso di sconto del 6%, dei quali 900 000 da versarsi all’erario senza interessi, i rimanenti – divisi in tre quote – per sostenere il commercio di Roma, Bologna e Ancona. La banca sembra non disporre in questo momento di una riserva aurea, plausibilmente confiscata, con l’emissione garantita su varie ipoteche attive sui beni immobili dell’istituto.

Alla definitiva caduta della repubblica la banca è infatti priva di riserva aurea, ciò che obbliga papa Pio IX a promuovere un riordino del sistema creditizio per il generale sconvolgimento cui sono andati incontro tutti gli istituti. Nel confermarle il privilegio esclusivo dell’emissione le sono conferite alcune prerogative tipiche della banca centrale (ma non la sorveglianza sul credito), e a sottolineare il ruolo centrale la ragione sociale viene mutata in Banca dello Stato Pontificio. Sono aperte due succursali ad Ancona e Bologna: la sede di quest’ultima città diventa nel 1855 istituto autonomo con la denominazione Banca Pontificia per le 4 legazioni (che sono Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì, ognuna retta da un Cardinale Legato), cosicché fino alla presa di Roma del 1870 lo Stato Pontificio ha due banche che godono del privilegio di stampare banconote.

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