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Oltre l’Illusione della Mente

Gioia e dolore . Buon giorno, dolce illusione d’eterna gioia.
Sarà davvero illusione ciò che il mio cuore ardentemente brama?

Pure nell’incontro certi attimi li ho vissuti. Perché non possono continuare? Perché non si possono caratterizzar come traccia permanente nell’essere a tal punto da poter ad essi, sempre, far riferimento, specialmente in quei momenti in cui il percorrer l’esistenza si fa impervio e gravoso?

Il dolore, la sofferenza, sempre in agguato, mai si dimenticano di segnalar la loro presenza.
Com’è difficile dar senso al soffrire, forse lo è altrettanto comprender la gioia.
Ci dicon di evoluzione, ma perché mai dovrei evolvere e non godere e basta?

Il non aver risposte, se è grave per chiunque, ancor più lo è per colui che fa di mestiere il terapeuta e vuol curar chi soffre.

Alcune cose mi par d’averle capite, e già te le ho dette, accenni a gioie e dolori ne ho fatti, ma ora è bene che io mi osservi in profondità per liberarmi dal lamento che par continuamente presente nel mio dire e che certo testimonia il non compreso.
Forse c’è un po’ di confusione nel dir della gioia e manca la misura di cosa essa sia.

Mi fu detto dal mio supervisore che ogni aspetto dell’esistenza ha una duplice manifestazione. Il godimento voltando trova il dolore. L’allegria esaurendosi conduce alla tristezza. La passione al suo termine alla solitudine. L’amore condizionato alle sue spalle trova il possesso. La vita al suo termine la morte. Solo la gioia voltandosi rimane gioia, poiché è divina.

Mi fu detto che nel voltarmi, avendo nel cuore la gioia, non vi era l’opposto poiché la gioia è espressione della dimensione divina; un po’ come affermare che non è dato, non è possibile descriverla in modo preciso vivendo la dimensione dell’umano.

Mi fu detto che v’è l’errata convinzione che gioia sia sinonimo di felicità, vi è l’errata convinzione che gioia sia sinonimo di sorriso, di allegria, di spensieratezza, di leggerezza, ma che non è affatto in tali termini, poiché la gioia è la riscoperta di ciò che in ciascuno di noi dimora. La gioia può essere pure nel destarsi all’alba, magari un poco sbuffanti, magari un poco annoiati di ciò che attende la giornata, ma con la convinzione profonda e intima, non affatto sul piano mentale, che quella giornata è offerta d’amore.

La gioia sta nell’offerta profonda a se stessi di ciò che è offerta del Cielo.

Ciò che forse confondo, ciò che forse leggo erroneamente dovrebbe, dimorando in ciascuno di noi, essere l’acquisirne consapevolezza, dovrebbe essere il sentirla profondamente. Forse la gioia non sta nell’aver costantemente voglia di sorridere. Forse non sta nell’aver costantemente voglia di far brillare gli occhi come espressione dell’anima, così come sovente esprimo nel mio dire. Questi sono aspetti che certamente possono essere presenti, ma la gioia sta profondamente, dice sempre il mio supervisore, nell’esprimere coerente della missione che ciascuno di noi ha entro di sé attraverso il percorrere quotidiano.

Mi fu detto che per me è più difficile sentire la gioia, non perché la gioia non dimori entro di me, ma perché la funzione che in me è più sviluppata è altra che il sentire.

In taluni momenti sento e quel sentire profondo mi permette di vivere lo scintillio degli sguardi, mi permette di far emergere il vibrare del cuore attraverso ciò che può essere semplicemente una carezza che è la stessa sensazione dello sfiorare il petalo della rosa. Ma in me tale aspetto non perdura, non perché non voglia o non possa perdurare, ma perché ho la mente estremamente analitica e sono ancora imbrigliato in tale aspetto. Ciò è prigionia per il creativo che può essere in me. È come se volessi assolutamente che un architetto, un architetto che si basa su strutture ben definite, su disegni perfettamente disegnati, potesse comprendere appieno l’opera libera di un pittore che è pronto a dipingere la volta della grande cappella.

Ciò che è necessario comprendere, specialmente per me, è che il sentire non è l’emozione, non è il sentimento; questi due aspetti confondono. Il sentire è ciò che permette di dialogare con il Cielo, anche se spesso è un monologo perché l’uomo di rado risponde a ciò che il Cielo gli suggerisce, a ciò che il Cielo gli dice, a ciò che il Cielo con amore gli consiglia.

A nessuno manca la gioia. Ma essa difficilmente è compresa perché è filtrata da una mente molto strutturata che nel filtrare separa e impedisce di cogliere il tutto.

Ecco, profondamente, che cos’è la gioia per ciascun essere: il suo tutto, la sua consapevolezza del tutto entro di sé.
Assai di frequente la gioia viene definita in molti modi, ma la gioia non è altro che la percezione del tutto entro di sé.

Ciò è diverso da un essere all’altro, ma è il sentire, per pochi istanti talvolta, come a me è successo e continua a succedere, l’onnipotenza del Padre entro di sé che non alimenta l’egotismo ma che alimenta un aspetto assai importante, la comunione con il Cielo per somiglianza con il Cielo.

La gioia rappresenta profondamente, intimamente, totalmente il tutto, la consapevolezza, la sensazione del tutto entro di sé.

Quando questa consapevolezza sarà, so, sarò libero, e quando sarà per i miei pazienti, so, saranno liberi.
Ma quando ciò sarà?

Ogni pellegrino sul sentiero della realizzazione ha tanta conoscenza, non per quanto apprende ma per quanto sa agire dall’appreso.

Il raggiungimento della consapevolezza di sé non è concetto teorico, sebbene molti l’abbiamo ridotto a ciò, ma è orientamento dell’esistenza all’insegna della verità e, indi, implica scelte, prove, rinunce e ostacoli da superare, e ciò che viene detto, seppure con i migliori proponimenti e le migliori intenzioni, non è vero sinché non è fatto.

La consapevolezza del tutto entro di sé è superamento della separazione, è integrazione dell’oscurità che è in ogn  essere incarnato. Oscurità che più è combattuta più è affermata. Solo la sua comprensione, dopo averla conosciuta, ne consente l’estinzione e la liberazione.

Gli schemi che ognuno di noi ha appreso faticosamente e minuziosamente nel corso dell’ “educazione” comprendono giudizio e ciò ci rende prigionieri, ci induce a contrastare, a combattere, a negare l’oscurità che è in noi, conducendoci sulla via del dolore e, talora, della disperazione, poiché hanno generato in noi profonda solitudine, amplificando la separazione.

Ci vuol coraggio, e a volte non so se l’ho, a guardarsi dentro, a sprofondare entro se stessi. Solo quando ci parrà di sentirci vuoti e stanchi e crederemo d’esserci smarriti per sempre, ebbene, proprio in quel momento, in cui crederemo d’esserci perduti, poiché privi di sovrastrutture mentali e sociali, sentiremo sorgere in noi una nuova forza: saremo morti, per essere veramente vivi. Allora il vuoto si dissolverà e avremo coscienza di non avere vissuto pienamente, ma d’essere stati attori d’una recita che c’eravamo imposti per necessità e per paura, negando il nostro vero percorso e la nostra personale missione. Solo ponendoci in tali condizioni, potremo allontanarci dall’errore, poiché il percorso diverrà improvvisamente lineare e semplice e non più contorto e complesso. Solo smettendo di recitare, riponendo la maschera e smantellando il palcoscenico, potremo vivere e realizzare la nostra vera missione.

Lo scegliere d’abbandonare gli schemi e gli psichismi di cui ci serviamo nell’esistere, ci farà giudicare, forse denigrare ed evitare, poiché tale scelta, nell’insinuare timore, destabilizza. Potremo essere marchiati col marchio sulla fronte, poiché  avremo assassinato l’ego e nell’assassinare il nostro ego avremo assassinato pure un poco l’ego altrui. Il vivere con coerenza e trasparenza implica, assai di frequente, la critica e l’attacco dei fratelli, che attraverso il giudizio credono di potersi salvare, poiché confondono il giusto col vero e, in nome di una fittizia e illusoria giustizia, condannano Cristo e salvano Barabba Il Gesù dei Vangeli ha rappresentato, in tale senso, la minaccia alla parte nera degli uomini che Egli ha amato sino alla scelta del sacrificio d’amore. Egli ha perdonato il nero dell’umanità: non resta che a noi farlo, perdonando la nostra oscurità e redimendo il nostro Lucifero.

Col dolore dobbiamo misurarci, ma il dolore è uno dei molteplici colori che la luce può assumere: dobbiamo apprendere a non scinderlo dalla luce, ma a ricondurlo, a reintegrarlo nella luce. E’ inserito nell’esistere umano, ma non nel vivere intimo dell’essere. E’ inserito nell’esperienza, ma non nella Vita. Indi, fa parte dell’esperienza e come tale deve essere vissuto, affinché ci sia comprensione: esso non è il nemico, ma un alleato lungo il percorso, come ve ne sono molti, se solo ce ne accorgessimo.

Il dolore è un suggerimento dell’anima per favorire la comprensione, per attuare il cambiamento e apportare le necessarie correzioni, e qui è facile agire, è infatti sufficiente ma necessario assolutamente che ci illuminiamo. Il dolore cela in sé una grande forza, poiché compreso e non offeso conduce alla verità ed è pure in grado di favorire la morte dell’ego e delle fittizie personalità che ci siamo costruite . Liberazione e gioia è apprendere a liberarci dell’anelito distorto delle personalità fittizie e illusorie, è annientare gli psichismi, i sentimentalismi della mente, le ambizioni dell’ego.

È apprendere a vivere in base ai dettami del cuore che sente l’anima e genera sentimento, che è ben diverso dal sentimentalismo della mente, cui siamo avvezzi. Quando cadono le maschere ossia le illusioni, il dolore è un cane che addenta il polpaccio, è la vera coscienza che c’invita con vigore a procedere, rammentandoci che, smascherate le illusioni, ci siamo posti sulla via del non ritorno, poiché sviluppiamo un distacco dalla materia, che c’impedisce di cadere in un nuovo inganno, in una nuova illusione.

Ciò non vuole dire rinnegare la materia, ma ridimensionarne il valore: essa è massa organica e ognuno sa quale sia la sorte delle masse organiche. E pensare che gli uomini nella moltitudine vivono, combattono, uccidono, ledono, usurpano per il perseguimento di ciò che ha come sorte il deterioramento e la putrefazione!

Nel porci sul cammino della liberazione, dobbiamo cercare di non forgiare nuove catene che ci leghino e che leghino.

L’amore incondizionato non crea legami, poiché non può legare, ma libera e unisce, poiché permette all’essere d’esprimersi.
L’amore incondizionato non è un’ancora che impedisce di prendere il mare, ma dona le ali per prendere il volo.
L’amore incondizionato non possiede, ma dona.
L’amore incondizionato è la commemorazione viva e quotidiana del patto d’amore col Padre: è l’ostia spezzata sull’altare della libertà e il superamento del crocefisso.
L’amore incondizionato è divino.
L’amore condizionato è luciferino, poiché conduce nell’inferno delle passioni, delle ossessioni, del potere, della volontà di controllo e di supremazia.

Nel raggiungimento della ricchezza materiale, nella realizzazione del potere, nel vissuto del sesso come mero appagamento fisico o espressione di una necessità mentale, non v’è peccato, ma v’è la palese espressione dell’amore condizionato, perché tali illusorie mete forgiano forti, pesanti e robuste catene. Si fa fondamentale abbandonare ogni catena e staccarci dalla forma della materia, che condiziona il nostro incedere. Anche gli eventi non vanno forzati, seppure a volte siamo convinti di farlo per il bene, poiché con la volontà potremmo pure realizzare quello che ci siamo prefissi, ma il rischio grave è di attuare variazioni al nostro progetto terreno. Il che diverrà di certo fonte di dolore, perché espressione di un non-valore e indi errore, essendo, in verità, un appagamento egotistico.

Apprendere a rinunciare alla volontà di controllare e manipolare gli uomini e gli eventi sarà gioia non paragonabile per intensità, profondità e verità ad alcuna conquista.

Occorre liberarci dalle illusioni poiché la vita illusoria, pure se costellata d’allegria e d’apparente spensieratezza, c’impedisce di realizzare i nostri talenti, poiché negandoli, li nasconderemo e non li faremo fruttare. Se ciò che detto è vero, v’è pericolo nei maestri, nelle scuole, che spesso sono sette di pensiero, poiché sono realtà settarie, pure quando s’appellano chiese o atenei.
Fondamentale è esser liberi pensatori e mai presuntuosamente creder d’esser la Verità.

Ciascuno è maestro di sé. E colui che è, in verità, maestro per esperienza o per eredità, in nome di sua sorella umiltà, non lo dice.

Chi è stato dall’autorità investito o s’è investito grazie all’ego del ruolo di maestro, perché ha acquisito dotte conoscenze, è semplicemente come uno zoppo che è il re dei paralitici.

Chi per eredità o per esperienza è maestro, non lo afferma, ma lo testimonia con la sua esistenza. Colui che è tale non diviene mai maestro di qualche scuola, perché non si riconosce in una ideologia o in una filosofia, ma persegue la Verità, ovunque essa sia e sotto qualunque forma si manifesti. Non si riconosce in un gruppo, ma trova luce in ogni gruppo, non ha divisa che lo distingua e non difende o combatte per alcuna bandiera, così come non ha un’immagine che lo faccia apparire in un modo piuttosto che in un altro, per far proseliti; lascia piuttosto trasparire saggezza e fragilità con la medesima naturalezza.

La sua è fede, energia trasformatrice, non è idealismo costruito da una mente demiurgica.
La verità è una, sono molteplici le sue manifestazioni, come sono molteplici le modalità e le vie per raggiungerla.
Il sole sorge all’alba in un emisfero e tramonta nell’altro: questa è verità, ma come viva il sorgere e il tramontare del sole l’astronomo, il mistico, il cieco o il contadino è ben diverso.

Cambiano il punto di vista e gli elementi interpretativi, ma la verità no.
La verità è tale, e lo è ovunque e per sempre; infatti essa continua a essere trasmessa da sempre in ogni spazio e in ogni tempo: non sono casuali similitudini o uguaglianze, in tempi e culture differenti, poiché la conoscenza trasmessa è sempre la medesima, muta l’interpretazione.

Chiunque può essere convinto della veridicità del proprio pensiero, individuando l’errore nel comportamento e nel pensiero degli altri. Ma sino a che osserverà ciò, e dopo averlo osservato non riuscirà a distogliere lo sguardo e ne farà giudizio, vorrà dire che non avrà saputo superare la materia e la sua forma ed è imbrigliato dalle catene del divenire: non potrà divenire maestro di se stesso, e di nessun altro, perché appartiene a una fazione. Liberazione è parola d’ordine.

Col mio dire, non intendo denigrare o giudicare i maestri e le scuole, ma suggerir di considerarli come sfumature della luce, sfumature dell’esperienza, ma non assoluta verità. I maestri e le scuole che incontriamo sul cammino possono esserci d’ausilio per un tratto del percorso, se ne riconosciamo in noi la necessità, ma non sono il nostro percorso: rappresentano una esperienza che vissuta e compresa deve essere superata, perché altrimenti arresta il viaggio, che invece deve procedere. Sia una esperienza e non l’esperienza. Molto lungo si è fatto questo mio scritto, ma il fil del discorso mai si è interrotto.
Con amore un bacio. Estratto da Oltre l’Illusione della Mente

Oltre l’Illusione della Mente Dalla Prefazione di A.T. Iaccheo

«Che sia dissacratore o provocatorio il suo approccio, starà a chi legge il coglierlo o il trascurarlo, secondo la propria necessità, ma ciò che importa è la volontà, che vi è inscritta, di scuotere dal sonno in cui spesso cadiamo: il sonno dell’inconsapevolezza, che ci conduce verso una triste solitudine e ancor più triste separazione da noi stessi e dagli altri.

Ch’egli ci racconti di sé può destare interesse, o indurci a credere che il suo dire sia solo una modalità narrativa per coinvolgere il lettore, o ancora pensare che i suoi didatti o supervisori siano altro da ciò che afferma, oppure suggerirci ch’egli sia stato “rapito dal terzo o dall’ottavo Cielo” e ci narri di più realtà: anche questo poco importa, poiché ciò che egli ci mostra è come nel percorso di ciascuno ci siano inquietudini, turbamenti, paure, conflitti, prove, e come nel superamento di essi, attraverso la comprensione, e non nella negazione, via sia la vera Gioia, ossia la condizione realizzativa di sé e della propria missione.

L’autore ci rammenta come per dirsi terapeuta, e quindi principio riequilibratore per chi l’equilibrio vada cercando, sia necessario aver fatto su di sé sperimentazione e aver dato inizio alla distillazione, a quel processo, che conduce a discernere il vero dall’illusorio, e ad allontanarsi dal giudizio, che impedisce la vera accoglienza».

Giuseppe Tirone, analista e psicoterapeuta, è socio fondatore del Centro Italiano di Ipnosi Clinica e Sperimentale e Didatta della Scuola di Ipnositerapia del CIICS. Ha pubblicato testi di ipnosi e psicoterapia con diversi editori.

Oltre l'Illusione della Mente

Preghiera del terapeuta, video ispirato ad un testo tratto dal libro “Oltre l’illusione della mente” scritto dal Dottor Giuseppe Tirone

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