L’oblio e la sofferenza

L’oblio e la sofferenza

La realtà intorno a te è tutta un sogno. E tu chi sei? Sei il sogno o il sognatore? Il mondo percettivo in cui ti trovi è una grande illusione.

Questo non significa che sia irreale. Tutt’altro: si tratta di una realtà virtuale e, pertanto, modificabile. Gli sciamani di diverse culture a cavallo dei millenni e dei continenti hanno sempre chiamato questa realtà semplicemente sogno.

La realtà del teatro virtuale

Il fisico quantistico David Bohm la chiamava ologramma, e tu potresti considerarla a ben vedere come una sorta di videogame.

Tempo e spazio sono modi in cui pensiamo e non condizioni in cui viviamo. Albert Einstein

La tua realtà di tutti i giorni è una virtualità, un teatro virtuale in cui la tua Anima, rivestendosi di una macchina biologica, ha scelto di fare determinate esperienze. La Coscienza è l’unica vera Realtà, ed è sempre, ovunque e ferma. Che la si chiami Motore Immobile, Assoluto, Essere, Spirito, Astratto, Nagual, Dio, Infinito, gli esseri dotati di coscienza, te compreso, ne sono parte e da lì non si sono mai mossi.

L’Essere è e non può che Essere ed è pura autocoscienza, indifferenziato, privo di tensione, quindi fermo, al di fuori del tempo, quindi eterno, al di fuori dello spazio, quindi in ogni luogo.

Non conoscendosi, non sapendo come è fatto, l’Essere in una frazione di secondo proietta sé stesso nell’asse della conoscenza che è il teatro della virtualità, allo scopo di fare esperienza di sé. Tutte le esperienze possibili e immaginabili. Proprio tutte. Crea così nella virtualità quei parametri di spazio, tempo ed energia potenziale che, modificabili attraverso azioni coscienti (scelte), permettono l’esperienza.

Le tradizioni hanno chiamato in vario modo quell’aspetto coscienziale che permette di modificare la virtualità (la quale non potrebbe modificare sé stessa da sola): pneuma, soffio, respiro, unità di luce, scintilla, raggio. In una parola si tratta della componente animica, quella che alberga pure in te e che tu puoi riconoscere come la tua Divina Presenza.

Essa è l’unica cosa Reale della tua vita, tutto il resto è sogno, virtualità, ologramma. Sì, se non hai mai sentito parlare prima di queste argomentazioni spirituali libere da ogni religione, ammetto che potresti sentirti un po’ confuso, oppure addirittura contrariato. Ti hanno insegnato che Dio è fuori di te e io ti sto ricordando che Dio è dentro di te.

E il bello è che una parte di te (la tua Divina Presenza), indipendentemente da quanti contorsionismi possa fare la tua mente, sa che è esattamente così. Non c’è nulla là fuori. Stai creando tutto tu, attraverso la tua coscienza.

Chi ha già camminato per un po’ sulla via iniziatica o ha fatto qualche percorso sciamanico, o semplicemente è molto sveglio, ha ormai sviluppato una certa familiarità con questi temi. Per un approfondimento in merito, invito alla lettura di due dei miei scritti precedenti. A questo punto hai capito se sei il sogno o il sognatore?

Sei entrambi, perché fuori dall’illusione della dualità non c’è alcuna separazione. Tu sei a tutti gli effetti la Divina Presenza che fa esperienza di sé. La tua Coscienza è il sognatore e l’esperienza che fa nella macchina biologica che la ospita è il sogno.

La socializzazione e il paradigma della schiavo

Quando vieni al mondo, il mondo c’è già e vieni educato a capirlo e a comportarti «come si deve» da chi a sua volta ha subito lo stesso procedimento tempo addietro. Sarebbe tutto normale, probabilmente anche per un osservatore neutrale che venisse da un altro mondo, se questo processo, chiamato socializzazione, funzionasse davvero nel rendere l’individuo felice. L’efficacia è la misura della verità.

E invece, quello che emerge quando con fare ingenuo ti volgi a osservare gli esseri umani intorno a te è tutt’altro che un’oasi di felicità. Vedi molte persone scontente, frustrate, demoralizzate quando non palesemente depresse, muoversi come formiche in una società frenetica e caotica che le costringe a lavorare come muli per pagare le tasse, le bollette, il mutuo della casa o l’affitto, la pagnotta da portare a casa, qualcosa da mettersi addosso, la benzina e il mantenimento dell’auto e, quando possibile, qualche minimo svago. Ti ricordo naturalmente, anche se lo sai già, che questo «bel» quadretto ha a che fare con quel «fortunato» terzo del pianeta che ha un tetto sulla testa e di che mangiare e vestirsi.

Eh sì, perché gli altri due terzi del pianeta non sono affatto così fortunati e in esso ventimila bambini e molte altre migliaia di adulti, ogni singolo giorno, muoiono di fame. Questo mondo è in mano a pochi potenti e alle loro banche e multinazionali che possono creare denaro letteralmente dal nulla e di fatto dirigono a ogni livello le sorti degli abitanti della Terra.

Sotto questo profilo emerge con molta nitidezza un quadro generale di controllo sociale assolutamente inaccettabile, che è in tutto e per tutto un sistema schiavizzante. Chi è sottomesso a livello primariamente materiale subisce senza possibilità di riscatto, mentre gli altri, all’interno dell’opulenta società occidentalizzata, subiscono parimenti la schiavitù sotto la forma mascherata e subdola della «normalizzazione». Si tratta di quel processo che Goethe8, due secoli fa, sintetizzava magistralmente: «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo».

Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere sé stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo. Giordano Bruno

E così i moderni schiavi occidentali si trovano a lavorare 8-10 ore al giorno per 5-6 giorni alla settimana, in un contesto lugubre di restrizione della libertà come George Orwell con il celeberrimo romanzo 1984 aveva previsto e come Charles Chaplin aveva magistralmente messo in luce nel film Tempi Moderni la cui immagine più emblematica, ormai fissata nell’immaginario collettivo, è quella dell’operaio imprigionato negli enormi ingranaggi della fabbrica.

Chaplin era un pacifista capace di denunciare duramente la cupa realtà dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati e aveva messo in piena luce le contraddizioni della società. In un’intervista rilasciata al «New York World» nel febbraio 1931 aveva affermato: «I macchinari che consentono di risparmiare manodopera e altre invenzioni moderne non sono stati fatti per ricavare profitto, ma per assistere l’umanità nella ricerca della felicità».

Quasi un secolo dopo, le cose sembrano davvero peggiorate. L’individuo viene letteralmente derubato della sua vita, del suo tempo, della sua felicità da un sistema sociale schiavizzante e di tutto questo, fatte salve generiche lamentele, non sembra accorgersene, in quanto completamente addormentato. Talvolta, come ogni buon schiavo, arriva persino a difendere il suo padrone perché tra le cose che gli sono state portate via c’è anche la sua voglia di sognare, la sua capacità di immaginare la libertà. Nulla è così facile da controllare quanto una persona infelice. Nulla è così difficile da controllare quanto una persona felice.

Questo è il motivo per cui gli esseri umani vengono addestrati sin da piccoli all’infelicità.

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La trappola delle profezie autoavveranti

Nella nostra società è stato creato ad arte un contesto di sofferenza che non è affatto necessario, ma è utile e strumentale alle forze che lo hanno generato per mantenere con efficacia lo status quo di controllo generale.

Se tu sei libero, il mondo non ti controlla, mentre quando l’essere umano crede nei paradigmi ipnotizzanti della società, dà inizio, con tacito inconsapevole assenso, alla propria riduzione in schiavitù. In parole povere: sei umano, quindi devi soffrire.

Questo credo viene talmente ben interiorizzato che quando si sta bene, ma veramente bene, o non ci si crede o ci si sente in colpa o ci si vergogna. È davvero sconcertante l’effetto sugli umani di una cultura subdolamente autodistruttiva!

Durante la mia vita, ogni volta che mi chiedevano come stavo, e rispondevo per lo più con un entusiastico: «Bene, grazie!» accompagnato da un largo sorriso, mi accorgevo che questa risposta mi sgorgava da dentro e intuivo che di per sé non aveva un reale collegamento con ciò che stavo vivendo fuori.

Dalle mie parti, quando si pone quella domanda, in seno agli usuali convenevoli, la risposta è spesso: «Si tira avanti», accompagnato da una smorfia a metà tra la mestizia e la rassegnazione. Tale risposta sembra rivelare anche una nota di «sforzo esistenziale», di «fatica di vivere», un po’ come a dire: «Non va proprio bene, ma la faccio andare dandomi da fare». In definitiva sembra quasi una sorta di giustificazione: «Quel poco che mi va bene me lo sto proprio sudando, quindi non ci provare nemmeno a invidiarmi». Tanta roba in quel: «Si tira avanti».

Naturalmente troviamo anche quelli per cui sembra una vera e propria gara a chi sta peggio e sono quelli che ti fanno un reportage completo del proprio interminabile elenco di «sfighe» che hanno dovuto subire oppure ti fanno un resoconto accurato di persone della cui morte presumono ti interessi tantissimo.

Non appena esci dall’incanto (ma per molti non c’è nemmeno quello!) della spensierata infanzia, incontri un mondo ostile, selvaggio, predatorio, raccontato da telegiornali inguardabili, fatto di frenesia e preoccupazione, di duro lavoro, obblighi immani e tanta precarietà.

È un mondo in cui la felicità sembra relegata all’ultimo posto della lista delle cose importanti da realizzare.

Ci sono le guerre, la fame nel mondo, le ingiustizie sociali, le religioni, le banche, le multinazionali, le violenze di ogni tipo, governanti e politicanti senza anima. «Cos’altro ti può spaventare se non ti spaventa vivere qui sul pianeta terra?» mi disse un giorno un maestro asceso.

Ci è stato insegnato che questa nostra vita è una vera e propria arena in cui combattere di continuo e il fatto di leggere questo mal comune come un mezzo gaudio non ha mai aiutato nessuno, semmai ha contribuito a creare ancora più intorpidimento e perdita motivazionale.

La crisi globale non esiste di per sé, ma è stata opportunamente creata per congelare l’umano naturale istinto alla libertà. Vedere la crisi rimbalzare in ogni dove a causa dei media collusi con il regime schiavizzante porta il singolo non solo a uno stato che rasenta la depressione, ma sta letteralmente sospingendo l’individuo a creare quello stato depressivo.

Questo concetto viene illustrato in modo diretto nel film Tomorrowland in modo simile a una profezia che si auto-avvera. L’umanità viene costantemente bombardata di messaggi negativi sul suo futuro al fine di preservarla proprio da quel tipo di futuro. Ogni essere umano, come sappiamo, crea la realtà in base ai suoi sistemi di credenze e, in Tomorrowland, questo porta proprio alla distruzione del pianeta Terra.

Nel film, i governanti si rendono conto della gravità delle catastrofi ambientali e sanno di aver superato il punto di non ritorno, ovvero il punto in cui le capacità rigenerative del pianeta diventano palesemente inferiori ai disastri causati dall’uomo.

Questo fa nascere in loro una stravagante idea di salvezza: bombardare la popolazione di messaggi negativi al fine di creare una reazione capace di invertire la rotta. Le tremende immagini di guerre, di ingiustizie, di violenze, di devastazioni dell’ambiente, di fame nel mondo, di cataclismi naturali saturano la popolazione.

Ciò non porta all’auspicata reazione contraria, ma addirittura genera un immaginario collettivo talmente deprimente da portare a sua volta alla realizzazione di ulteriore potenziale negativo. E così la popolazione stessa, inconsapevolmente, con il suo potere creativo, decreta la fine del proprio mondo. Un film dalle implicazioni davvero interessanti.

«Il mondo è come tu pensi che sia. Tutto è possibile e tutto è collegato. L’energia va dove si dirige l’attenzione», recitano i primi tre principi dello Sciamanismo Huna. Continuare a pensare «male» il mondo lo crea tale! L’essere umano non ancora risvegliato crea con le sue mani un mondo capace di deprimerlo e la mancanza della conoscenza di una cultura della felicità lo porta a rinnovare incessantemente tale circuito vizioso negativo.

Mi viene in mente un episodio concreto. Diana, una paziente di molti anni fa, soffriva di gelosia a un livello davvero disagevole. Aveva subito l’abbandono dei genitori a causa di un incidente stradale appena adolescente e ora, il pensiero di perdere l’affetto di suo marito era per lei devastante.

Questa fobia e questa ansia continua si stavano pericolosamente insinuando nel loro rapporto di coppia sotto forma di reiterati sospetti e conseguente irrigidimento emotivo.

Dopo un po’ questi sospetti incessantemente rievocati e ossessivamente rigirati vennero da lei scambiati per certezze e la rigidità sfociò in palese mancanza di fiducia, compromissione della serenità nei loro dialoghi e perdita di ogni spontaneità relazionale.

Chiusa a ogni tentativo di chiarimento e rassicurazione da parte del marito, la cosa divenne per quest’ultimo inesorabilmente logorante. Dopo qualche mese la febbrile inquietudine e la devastante ansia di Diana le fecero effettivamente realizzare lo scenario tanto temuto: lui l’aveva alfin tradita. La sua profezia autoavverante, sorretta nel tempo dall’energia della paura, si era concretizzata.

Quando incontrai Diana lei era fortunatamente disponibile a mettersi in discussione e dopo qualche tempo di lavoro su dì sé riuscì a elaborare il lutto sia per quanto le era appena accaduto sia per quella fantasia di un amore perfetto, stabile e garantito che si era costruita per proteggersi dal dolore di quell’abbandono primario che aveva subito da fanciulla.

L’oblio e la sofferenza – Estratto da “Avrah Ka Dabra – Creo la Mia Felicità” di Dario Canil

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Crediti immagine Fresh Paint

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