La via del guerriero

The Way of the Warrior – La Via del Guerriero

La via del guerriero è una filosofia pragmatica, una disciplina di comportamento descritta nei libri di Carlos Castaneda, ma non la si trova tutta insieme, i principi sono descritti in modo sparso nelle sue opere. Ho cercato qui di esporla in un blocco unico, così come la conservo nella mia mente. Inizierò definendo principi più astratti, concetti che ci serviranno per comprenderla, poi passerò alla descrizione vera e propria.

Ci sono leggi universali che sembrano occulte, ma che in realtà sono proprio lì davanti ai nostri occhi, a disposizione di tutti e le possiamo scoprire da soli.

Anzi,in realtà le scopriamo sempre da soli; quando abbiamo abbastanza energia,” esperienza spirituale”, bastano poche parole per indirizzarci nella direzione giusta e farcele scoprire,viceversa se non abbiamo ancora sufficiente energia la definizione più precisa e accurata suona come una serie di parole vaghe e dal significato ambiguo.

Se ci fate caso, Gesù per esempio comunicava i suoi insegnamenti tramite metafore e concludeva sempre le sue parabole dicendo:”chi ha orecchio per intendere intenda”. La mente umana inoltre ha la tendenza a fissare la sua attenzione sulle definizioni perdendo un po’ di vista il cuore delle cose. Guardate ad esempio le tre grandi religioni monoteiste; non solo tutte e tre parlano di un unico dio, ma proprio dello stesso dio e mediamente i fedeli di ognuna di esse tende a focalizzarsi sul proprio sistema di valori e precetti, fino all’estremo dei fanatismi, dove ci si fissa addirittura su una arbitraria interpretazione di tali valori; i fedeli più spiritualmente evoluti delle varie religioni riconoscono al contrario ciò che li accomuna con gli altri.

Per questo motivo,avere a disposizioni più “definizioni” delle leggi universali di cui voglio parlare, aiuta a focalizzarci sul cuore di queste leggi.

Vedremo come utilizzare in modo concreto queste leggi attraverso alcuni concetti di Castaneda e non solo.

PRIMA PARTE

Introduzione

Partiamo da questa considerazione: siamo come un ricevitore radio, a seconda della frequenza cui vibriamo ci sintonizziamo su una precisa versione della realtà.

Cambiando frequenza il mondo intorno a noi cambia, le situazioni in cui ci troviamo cambiano. I nostri pensieri e le nostre emozioni sono energia, al loro variare varia la nostra frequenza; la conseguenza logica è che imparando a controllare pensieri ed emozioni possiamo controllare la realtà che ci circonda.

Controllare le emozioni non significa reprimerle, significa imparare a reagire ad esse in modo diverso e a cambiare il modo di reagire alle situazioni che generano le reazioni emotive.

Controllare i propri pensieri significa scegliere coscientemente quali pensieri coltivare e quali no.

Lo si può imparare o meglio, ci si può esercitare a farlo. Mille pensieri si generano costantemente nella nostra mente, decidere quali mettere in risalto e quali bloccare è una nostra facoltà, che come un muscolo si può allenare efortificare; i sistemi sociali fanno di tutto affinché non utilizziamo questa facoltà, così solitamente ci troviamo a seguire pensieri dettati da altri e generati da emozioni create ad hoc.

L’ostacolo che blocca molti di coloro che sono incuriositi, che si affacciano o anche che conoscono e praticano varie “discipline spirituali” è che sfugge il punto essenziale. Siamo partiti dicendo che siamo come dei ricevitori e che la nostra frequenza è controllata da pensieri ed emozioni; noi pensiamo e proviamo emozioni costantemente, quindi la disciplina del controllo va applicata alla sfera quotidiana.

Le varie tecniche disponibili, come ad esempio la meditazione, sono come una seduta di allenamento, ci servono per imparare, ma è ovvio che ciò che ci occorre è la pratica costante.

Potete diventare esperti in qualunque pratica spirituale o mentale, e quando la praticate potete sentirvi molto bene, ma se non applicate i principi di tale pratica alla sfera quotidiana i vostri sforzi non varranno un fico secco, nella vostra vita non cambierà nulla.

Poco dopo l’allenamento tornerete a “vibrare” come prima. Per questo molti credono che queste tecniche non abbiano alcun valore pratico.

Sarebbe un po’ come andare in palestra una volta a settimana, farsi un mazzo enorme e durante il resto della settimana non fare nulla e mangiare come porci, per poi trarre la conclusione che l’allenamento fisico non serve a nulla. Se al contrario fate tutti i giorni una buona attività e mangiate correttamente, otterrete ottimi risultati, anche senza mai andare in palestra.

L’idea di un a disciplina costante frena, siamo pigri e vorremmo ottenere tutto con poco; ma l’ostacolo è illusorio. I vantaggi e i benefici di questo tipo di disciplina forniscono nuove energie che fanno percepire come semplice ciò che immaginiamo faticoso e che solo inizialmente può esserlo.

Materia e Spirito

Il mondo ha due aspetti, chiameremo Materia quello che è la realtà che siamo abituati a percepire e Spirito l”eternità”, il “tutto”, il “non visibile” in cui siamo immersi e da cui proveniamo.

Nello Spirito c’è tutto, tutto quel accade e che può accadere, tutto quel che è accaduto e che poteva accadere e tutto quel che accadrà e potrà accadere.Troviamo questo concetto in varie forme nei testi religiosi,nella Bibbia per esempio: ”Io sono tutto ciò che era, tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà”.

Iniziamo a dirla in questo modo; le cose accadono nello Spirito, poi si riflettono nella Materia .

Guardando le cose dal lato fisico, tutto può (o potrà in futuro) avere una spiegazione razionale, una volta che un dato evento si è materializzato, ma in realtà l’evento si è svolto prima nel lato dello Spirito dove tutto è possibile, anche ciò che la ragione non riesce a concepire.

Ripetiamo il concetto; tutto avviene nello Spirito, poi viene proiettato nella Materia dove l’evento si “materializza”. Così come nel lato fisico facciamo le nostre scelte con quel che chiameremo “ragione”, allo stesso modo, nel lato spirituale facciamo le nostre scelte, con una cosa che chiameremo“volontà”.

Le scelte fatte sul piano dello Spirito si materializzano nel piano fisico, solo non immediatamente ma con un ritardo,che, diciamo per ora, dipende dal nostro livello energetico.

Le scelte che possiamo fare nel piano spirituale son oillimitate, sfidano le leggi della ragione, eppure possiamo farle e le facciamo di continuo senza rendercene conto.

Focalizzando i pensieri, formando una immagine sul piano spirituale, questa si materializza inevitabilmente nel piano fisico.

Non avendo piena coscienza di ciò, ci affanniamo a cambiare le cose che non vanno agendo nel piano fisico,cosa che risulta inutile perché mentre lo facciamo continuiamo ad avere nella nostra mente l’immagine di qualcosa che non va,e tale immagine continua perciò a materializzarsi nel piano fisico, nonostante tutti i nostri sforzi materiali.

Ma se nella nostra mente abbiamo una immagine chiara di quello che vogliamo, non importa quanto impossibile possa sembrare alla ragione, tale immagine si materializzerà nel mondo fisico,basta dargliene il tempo. La chiave come vedremo è proprio il nostro atteggiamento durante questo lasso di tempo.

Il mondo fisico dunque è solo un riflesso, ma non è un miraggio; è una percezione coercitiva, una immagine che ha le sue regole a cui non possiamo sfuggire fintanto che quell’immagine esiste.

Un esempio estremo per capirci; potremmo anche volare, per farlo dovremmo visualizzare l’immagine di noi stessi che lo facciamo ma poi dovremmo fare ben attenzione a dove mettiamo i piedi finché non ci stacchiamo dal suolo; se salissimo sul tetto di un palazzo e ci buttassimo giù dicendo: ”io volo” otterremmo una sola cosa, ci spiaccicheremmo a terra.

Ho detto prima che il tempo occorrente è una questione di energia, dobbiamo quindi capire come accumulare energia e come utilizzare questo principio a nostro favore. Ricordate da qui in poi che stiamo parlando di qualcosa che si può sperimentare ma che non si può rappresentare definitamente con le parole e non si può misurare con strumenti fisici, le definizioni sono solo uno strumento per cercare dir rendere comprensibile qualcosa che non ha nome.

La Ruota del Tempo

Immaginiamo il mondo dello Spirito come una griglia, un sistema di assi cartesiani; sull’asse x ogni punto rappresenta una possibile variante del momento presente, per praticità immaginate ogni punto come un fotogramma, il fotogramma rappresenta un momento,non importa quanto grande o piccolo, siate elastici. Una vita intera potrebbe essere un semplice fotogramma nell’eternità. L’asse y rappresenta il tempo, tutti i fotogrammi successivi e precedenti possibili. Chiameremo questa griglia “Ruota del Tempo”. Nella Ruota del Tempo ci sono tutti gli eventi possibili, passati, presenti e futuri.

Quello che chiamiamo realtà è l’evento che si materializza, la realtà è un fotogramma che si illumina per un attimo, poi quello stesso fotogramma resta lì, dove è sempre stato. Potremmo dire che una serie di fotogrammi che si trovano sullo stesso asse di tempo sono come una catena di eventi,come un solco nella ruota del tempo.

Quando facciamo le nostre scelte nel mondo fisico, ci aspettiamo una determinata catena di eventi, ma come tutti sappiamo non è tutto qui, qualche forza esterna agisce, scombina le carte; possiamo chiamarlo caso, destino, fato, dio, comunque sia questa forza introduce l’elemento dell’imprevisto. La nostra ragione può ipotizzare una determinata catena di eventi, ma più si spinge lontana dal punto di origine e più aumentano le possibilità e più influisce il “caso”, rendendo sempre meno efficace la proiezione.

Una forza impossibile da contrastare ci spinge verso solchi imprevisti ed è evidentemente una forza troppo grande per pensare di potersi opporre.

Questa forza noi la chiameremo intento ovvero il lato attivo dell’infinito.

Questa forza è incontrastabile, ma c’è un segreto… essa ci spinge esattamente dove noi vogliamo! L’intento ci spinge incessantemente verso nuove esperienze ma ci concede la totale e libera scelta su quali esperienze avere. Don Juan Matus, il maestro di Castaneda, dice:”l’intento ci da dei veri e propri comandi, l’unico modo di controllare l’intento è obbedire all’intento”.

Bel paradosso eh? Vediamo di spiegarlo.

L’intento ci spinge verso il fotogramma che scegliamo, dobbiamo solo lasciarci spingere; dobbiamo quindi capire come fare a scegliere il fotogramma e cosa significa “farci spingere”, ”obbedire all’intento”.

Obbedire all’intento non significa subire passivamente o stare lì fermi ad aspettare che succedano le cose, è più come surfare sull’onda degli eventi senza cadere. Andiamo con ordine e partiamo dalla scelta del fotogramma, vediamo come funziona.

Voi vi ponete un obiettivo, la vostra volontà si aggancia al fotogramma target, l’intento a quel punto vi spinge, vi fa succedere cose.

Scegliamo un obiettivo che non è alla portata della vostra ragione, cioè i percorsi che essa può ipotizzare non vi fanno scorgere la strada per la meta, o li ritiene percorsi troppo improbabili perché si concretizzino; se in questa situazione l’intento vi sta spingendo verso la vostra meta, ovviamente sarete spinti verso un percorso “imprevisto”.

La ragione di fronte all’imprevisto oppone sempre resistenza, cerca di tornare sui percorsi che è in grado di ipotizzare ma che come abbiamo detto in partenza, nel caso di questo esempio, non ci portano alla nostra meta; la resistenza è quindi la prima cosa che ci porta fuori strada e che non ci fa raggiungere la meta..

L’errore ulteriore che solitamente facciamo subito dopo è iniziare a fare pensieri negativi, ”ecco va tutto storto, ora succederà questo o quello”.

Qui viene un punto importante; la volontà non conosce il no, la negazione.

La volontà lavora per immagini, quindi nel momento stesso in cui fate pensieri negativi proiettate immagini negative, e la volontà sposta il target proprio su quelle immagini. Quando pensate: “non voglio che succeda questo”, proiettate proprio l’immagine di “questo”, lo state visualizzando, e la volontà obbedisce subito, spostando il target sulla situazione che avete visualizzato, ovvero sugli eventi che non volete, e dato che tali eventi fanno parte delle proiezioni della ragione, si trovano alla portata di quest’ultima, che in questo caso non oppone quindi resistenza, anzi, più le cose vanno male e più dice:  “ecco,lo sapevo” poiché autoconferma le sue previsioni e così andate dritti verso un evento negativo dopo l’altro.

“I guai non vengono mai soli” dice un detto popolare. Certamente avrete sperimentato tutti situazioni in cui quando avete cominciato a pensare che le cose potevano andare storte puntualmente ci andavano. Il terzo ostacolo verso la meta è la mancanza di energia. Il percorso che dovete attraversare per giungere alla meta può essere costellato di situazioni faticose, spiacevoli; non è “sfiga” e nemmeno un castigo divino.

La spiegazione è semplice: per poter sostenere il fotogramma cui aspirate, occorre un certo quantitativo di energia, di esperienza; se ancora non l’avete, l’intento vi spinge attraverso un percorso su cui la potete accumulare, per arrivare preparati alla meta.

Per fare un paragone, mettiamo che vi piaccia la montagna; se siete ben allenati un’escursione in montagna vi darà gioa e piacere,ma se siete abituati a stare col culo su una sedia e vi trovate a dover sostenere una lunga camminata in salita, non importa quanto meraviglioso possa essere il posto in cui siete, per voi è l’inferno.

Per godervi quella circostanza dovreste prima fare altre esperienze, lunghe camminate, e dopo sareste pronti a godervi la meraviglia della montagna senza sentire fatica ma solo piacere. L’intento vi spinge su percorsi su cui potete allenarvi, e più la meta è vicina più l’allenamento diventa duro, perché diventa più urgente essere pronti, dato che la meta è proprio a pochi passi, anche se non la scorgete.

Concludendo, se non opponiamo resistenza, se non cerchiamo di allontanarci dal percorso per fuggire gli ostacoli, senza lamentarci e senza cattivi pensieri, nessuna meta ci è preclusa, e se ci comportiamo costantemente così anche gli imprevisti saranno piacevoli perché saremo sempre “in forma” e potremo cavalcare l’onda passando da un imprevisto felice all’altro. Più avanti approfondiremo sul come comportarci in modo pratico per ottenere tutto questo.

Tutto torna indietro

Qualunque cosa facciamo ci torna indietro nella stessa misura. Anche qui non è un castigo divino o una forma di giustizia universale, è sempre una questione di libera scelta. Possiamo scegliere di vivere qualunque esperienza, possiamo scegliere qualunque “fotogramma”. In ogni “fotogramma”, in ogni situazione noi giochiamo un ruolo, l’esperienza che scegliamo deve essere vissuta integralmente, e questo avviene quando abbiamo compreso tutti i ruoli di quella situazione. Il più delle volte viviamo le cose sotto il punto di vista della nostra prospettiva personale, quindi guardiamo solo il nostro ruolo particolare e l’esperienza è parziale.

In questi casi prima o poi ci torna indietro un “boomerang”, dovremo vivere una situazione in cui recitiamo l’altro o gli altri ruoli per comprenderla a fondo.

Naturalmente se abbiamo la capacità di prendere da soli in considerazione le altre parti e di chiederci come avremmo agito in quei ruoli e soprattutto di risponderci onestamente il boomerang non sarà necessario.

Questo vale per le esperienze “nuove”; una volta vissuta e compresa una situazione il boomerang torna sempre; quando agiamo con la piena coscienza di quello che implica la nostra azione per gli altri, quel che facciamo ci torna indietro e la cosa vale per tutto , cose buone e cose cattive.

Ed in più estendiamo il concetto di “altro” non solo alle persone, abbiamo sempre un ruolo nei confronti di ciò che ci circonda; rispetto al cosmo siamo polvere, rispetto ad un formicaio possiamo essere come un cataclisma, quindi valutiamo bene l’importanza di ogni gesto che possiamo compiere e di cui conosciamo le conseguenze.

Non possiamo certo camminare tutto il giorno in punta di piedi e facendo attenzione a non pestare nessun insetto, ma se ci accorgiamo che stiamo per pestarne uno possiamo decidere se fregarcene o evitarlo, allo stesso modo forze diverse da noi e per cui possiamo essere insignificanti possono evitarci o colpirci.

Il concetto non ha per me definizione e spiegazione intrinseca migliore di quella che troviamo nel vangelo: “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Se decidete di dare qualcosa gratuitamente, solo perché potete farlo, il boomerang sarà di provare l’esperienza di ricevere gratuitamente senza che ci venga chiesto nulla in cambio. Se volete che il mondo vi tratti bene, trattate bene il mondo, se volete ricevere dal mondo, date quel che potete al mondo.

Importanza personale o Seconda Mente

Tutto quel che possiamo dire con certezza del mondo è che lo percepiamo. Sappiamo che tutto il mondo fisico che percepiamo è una serie di impulsi sensoriali che quel che chiamiamo il nostro cervello organizza e interpreta in una immagine comprensibile. Diciamo che questi impulsi ci arrivano dai nostri organi sensoriali, ma anche questa non è null’altro che una interpretazione della nostra percezione.

Possiamo solo dire con certezza che riceviamo informazioni e che qualcosa in noi le organizza in una forma comprensibile. Chiameremo per comodità questo “qualcosa” consapevolezza; La consapevolezza riceve informazioni tramite due canali ,la ragione e la volontà. Siamo un punto di percezione circondato da informazioni energetiche-

Tenendo presente questo modello, immaginiamo che ci siano delle “onde portanti”, contenenti gli elementi di base per sintonizzarsi e per decodificare le informazioni. La ragione ha la capacità di agganciare queste onde portanti e di leggere gli elementi di base delle informazioni, la volontà ha la capacità di scegliere le onde e di realizzare diverse decodificazioni delle informazioni, partendo dagli elementi più semplici forniti dalla ragione.

La ragione è una sorta di “overdrive”, di pilota automatico; non è in grado di decidere come organizzare le informazioni e fare scelte in modo autonomo, può leggere le informazioni di base e può registrare e replicare le scelte fatte dalla volontà, in modo automatico. La ragione è un prezioso sistema ausiliario, in grado di darci un primo orientamento e di svolgere autonomamente “routine” già messe a punto dalla volontà, così che quest’ultima possa occuparsi di nuove scoperte.

La nostra “vera mente” è la volontà. Essa è direttamente connessa all’intento, all’eternità; la ragione è connessa al mondo fisico, al riflesso dell’eternità. La consapevolezza riceve due flussi di informazioni fondamentali direttamente dall’eternità attraverso il canale della volontà, ovvero la coscienza di esistere e la conoscenza di “chi siamo”.

Noi sappiamo di esistere, indipendentemente dal pensiero logico. Dentro di noi il concetto di non esistere è inimmaginabile, fin da piccolissimi ci chiediamo “e dov’ero prima?”, ci viene spontaneo chiederci “che c’è dopo?”, non importa quanto atei agnostici e razionalisti possiamo essere.

Questa “consapevolezza di esistere” ci arriva appunto tramite la volontà, e sempre questa ci dice “chi siamo veramente”, cioè cosa ci piace, cosa ci repelle, dove e come ci sentiamo a nostro agio, quello cui siamo affini , chi e cosa amiamo; tutto quel che siamo appunto.

Questi due “canali”, ragione e volontà come muscoli si potenziano con l’uso, si atrofizzano se non utilizzati a dovere. Ribadiamo il concetto: la nostra consapevolezza riceve due flussi di informazione di base tramite la volontà direttamente dall’intento: “esisto” e “so chi sono”, senza questi due flussi la consapevolezza non può esistere.

Ora proviamo a chiederci che cosa accadrebbe se questi due flussi portanti fossero ostacolati, se il canale volontà fosse strozzato e ridotto al minimo.

La nostra consapevolezza per ricevere i due flussi di base dovrebbe rivolersi all’unico altro canale disponibile, la ragione. Ma la ragione non ha accesso alle informazioni “cosmiche”, non è connessa all’intento. Può rivolgersi solo al mondo fisico, al mondo esterno per avere la risposta alle domande “esisto?” e “chi sono?”.

Per rispondere alla domanda “chi sono?” può utilizzare le informazioni già memorizzate fornitegli in precedenza dalla volontà e creare un modello, ma per poter dire “io esisto” questo modello deve ricevere conferma dal mondo esterno; attenzione, ho detto conferma e non approvazione, il modello può piacere o no al mondo esterno, non importa.

Se il feedback è “mi piace” significa che esisto, ma anche se ilfeedback è “mi fai schifo” significa che esisto. Quello che ci manda a gambe all’aria è la mancanza di feedback, il “non ti considero proprio”.

Ricapitoliamo; la ragione crea un modello, lo propone all’esterno, se riceve un feedback di conferma dice alla consapevolezza “sei questo modello” e la consapevolezza, privata della connessione con l’eternità crede da quel momento di essere quel modello, crede che l’informazione gli venga fornita dalla sua vera mente, ma non è così, proviene dal’overdrive .

Col tempo l’overdrive si potenzia e la volontà si atrofizza ed ecco che quel che crediamo essere la nostra mente e i nostri pensieri sono in realtà i pensieri di un automa, di un cyborg. Sono partito dicendo: “che cosa succederebbe”, ma era uno stratagemma poiché è proprio quel che succede.

Chi ha residui di volontà sufficientemente forti sceglie modelli che si avvicinano al suo essere, altri perché più deboli o perché si trovano in circostanze diverse accettano stereotipi imposti. In ogni caso la ragione sceglie tra stereotipi creati all’esterno. Il processo con cui viene creata la “mente cyborg” è tanto semplice quanto diabolico.

In primo luogo, la nostra percezione tende ad uniformarsi a quella di chi ci circonda, è una funzione naturale, serve a tutte le creature per poter interagire. Vi sarà sicuramente capitato di vivere situazioni in cui la semplice presenza di persone che ritenete sagge o intelligenti, vi fa pensare in modo più chiaro, vi fa capire più del solito, poi una volta soli vi sentite di nuovo un po più stupidi, non avete più le idee così chiare.

Ovviamente essere circondati da “cyborg” per lo stesso principio, vi spinge a comportarvi in maniera simile alla loro. Questa pressione comincia già dalla nascita.

Ora, non appena la vostra connessione con l’intento cala un poco, la consapevolezza inizierà ad avere bisogno di un pochi nodi feedback dal mondo esterno; questo feedback stimolerà a sua volta l’overdrive a funzionare più del necessario, creando un bisogno maggiore di feedback e indebolendo un po’ di più la volontà, creando un circolo vizioso.

Col tempo,più diveniamo autonomi rispetto agli adulti e più i modelli approvati riducono il loro contenuto di “sii quel che sei” a favore di un maggiore contenuto di “sii come ti dico io”. Ai bambini viene concesso di esercitare in parte le proprie caratteristiche personali, le loro tendenze, più si cresce e più invece si devono adeguare ad essere ciò che il mondo esterno vuole.

Per esempio le doti artistiche vengono favorite ed elogiate da piccoli,poi però se non sono redditizie vengono represse, ”smetti di sognare e trovati un lavoro!”. Già da piccoli comunque, lo squilibrio nel flusso delle informazioni di base diventa tanto grande che la consapevolezza crede che la voce dell’overdrive, della ragione che da sola deve ripetere continuamente “io sono questo, io sono questo, io, io, io”, che deve ricevere continua mente conferma dall’esterno e che funziona bene solo in situazioni ripetitive, controllabili, sia la voce della sua vera mente, e si identifica con l’overdrive, creando così la “seconda mente ”, l’importanza personale, così la chiameremo di qui in avanti. L’importanza personale, creazione aliena in quanto frutto della distorsione di una nostra funzione naturale, risucchia tutte le nostre energie, producendo un costante dialogo interiore per confermare costantemente la propria percezione, la propria immagine del mondo e ci costringe in una realtà ripetitiva in cui per paradosso l’importanza personale riceve energia solo se “fa come fanno tutti, ovvero riceve conferme dal mondo esterno solo se si uniforma a modelli collettivi (e non personali o individuali).

Persino ciò che ci piace e ciò che desideriamo spesso non ci appartiene; come vi spiegate altrimenti l’affanno e la bramosia che abbiamo di avere cose che poi prestissimo ci vengono a noia, o il senso di continua insoddisfazione che proviamo, indipendentemente che siamo ricchi o poveri.. Spesso quello per cui ci affanniamo è dettato dall’esterno e scopriremo che non ce ne frega quasi nulla subito dopo averlo ottenuto, o la soddisfazione che proveremo è ben al di sotto di quel che ci aspettavamo.

Per avere energia a sufficienza per poter controllare la realtà, dobbiamo quindi rubare tutta l’energia che possiamo alla nostra importanza personale e nel far questo automaticamente inizieremo a ricordarci chi siamo veramente e inizieremo a inseguire ciò che davvero ci sta a cuore, riprendendo il controllo delle nostre vite.

Lo scopo finale dei veggenti di cui parla Castaneda e delle loro tecniche che dopo impareremo era la sconfitta totale della importanza personale, nel buddhismo si trova lo stesso concetto quando Buddha vede Mara, il dio di se stesso, capisce che è solo un miraggio e raggiunge l’illuminazione. Noi ci prefiggiamo uno scopo più modesto in partenza,ma la strada è la stessa.

Il Silenzio Interiore

La seconda mente ci costringe ad un dialogo interno continuo, incessante, che le serve per sostenere il mondo. Interrompere volontariamente questo dialogo interiore ci porta a sentire la voce della nostra vera mente e a compiere cose che reputeremmo irraggiungibili.

Esercitatevi quanto più potete ad interrompere questo dialogo, mentre siete soli, quando camminate, meditando. Scoprirete che non è affatto facile. Ma insistete. Le tecniche che seguiranno vi avvicineranno di per se a questo obiettivo. Non mi dilungo in spiegazioni perchè capirete da soli praticando.

SECONDA PARTE – L’arte dell’Agguato

In questa seconda parte vedremo come utilizzare consapevolmente le leggi cosmiche di cui abbiamo parlato fin qui. Per fare questo utilizzeremo principalmente termini e principi estrapolati dalle opere di Castaneda, esposti così come li organizzo e conservo nella mia mente, come una mappa.

L’Arte dell’agguato riguarda il comportamento pratico nella vita quotidiana, è fulcro di tutto. Adottare le tecniche dell’agguato equivale a percorrere “la via del guerriero”. Questa tecnica produce un cambiamento impercettibile ma costante e duraturo nella realtà e contiene in se il lato magico, il controllo dell’intento; praticare queste tecniche ci conduce verso il nostro obiettivo accumulando al contempo l’energia necessaria per modificare la realtà in maniera più repentina.

LA VIA DEL GUERRIERO

Il guerriero combatte una lotta incessante contro il suo unico vero nemico; la sua importanza personale, il riflesso del sé.

Il guerriero è umile. L’umiltà del mendicante consiste nel chinare il capo di fronte a tutti quelli che considera superiori a lui, e nel pretendere lo stesso da tutti quelli che considera inferiori a lui. L’umiltà del guerriero consiste nel non chinare il capo di fronte a nessuno, e nel non permettere a nessuno di chinare il capo di fronte a lui. Don Juan Matus

Strada con un cuore

La strada che percorriamo deve “avere un cuore”, deve avere qualcosa che ci dà forza vitale, che ci fa crescere e migliorare, che fa aumentare la nostra consapevolezza. Se la strada su cui siamo è fredda, sterile, dobbiamo abbandonarla senza esitare.

Non è una questione di piacevolezza o comodità; una strada può essere dura e faticosa e al contempo avere un cuore, così come può essere agiata e piacevole ed essere fredda. Abbandonare una strada che non ha un cuore non è perciò questione di pigrizia. Naturalmente una strada con un cuore può essere anche piacevole, il punto è semplicemente che se sentite che il contesto in cui siete non vi appartiene, non vi dà nulla, non vi fa evolvere, dovete abbandonarlo, non darà nulla ne a voi né al mondo, anche se in apparenza state facendo qualcosa di altruistico.

La strada che fa per voi vi fa sentire vivi, per dura che possa essere.

Impeccabilità

La definizione sintetica dell’impeccabilità è accumulare energia rubandola all’importanza personale.

Vediamo come.

Rifacendoci a quanto detto parlando della Ruota del Tempo, ogni cosa che ci accade è frutto delle nostre scelte e delle nostre reazioni.

Da questo punto di vista, è come se ognuno di noi stia giocando una partita di un videogame, in cui tutti gli altri sono “personaggi” del gioco, messi lì in base a come stiamo giocando; nello stesso istante noi stessi siamo solo comparse nei videogame altrui; l’intento ci fa incontrare in base alle esperienze che dobbiamo vivere in base alle nostre scelte.

Vedendo le cose in questa ottica, capirete che nessuno sta facendo nulla a nessuno, nessuno è responsabile dei vostri guai o dei vostri successi, solamente voi lo siete; nessuno di noi può decidere del destino altrui, nemmeno quando appare il contrario. Eppure trascorriamo gran parte del nostro tempo a sentirci offesi dal comportamento di qualcuno, ad accusare altri delle nostre sfighe etc.

Questa è solo la nostra importanza personale. Ma abbiamo a disposizione un metodo pratico per riconoscerla.-

  • Ogni volta che ci sentiamo offesi o in colpa
  • ogni volta che giudichiamo o che ci giustifichiamo
  • ogni volta che ci lamentiamo o perdiamo le staffe
  • ogni volta che ci auto compiaciamo o ci autocommiseriamo stiamo usando e stiamo alimentando l’importanza personale.

Don Juan ci dà un piccolo aneddoto per spiegare l’impeccabilità.

Un uomo cammina su un sentiero di montagna su cui di tanto in tanto cadono grosse pietre che si staccano dalle rocce sovrastanti; ad un certo punto si accorge di avere una scarpa slacciata e dovrebbe sostare per riallacciarla ma non ha modo di sapere se quella sosta sarà fatale, perchè proprio in quel momento un sasso cadrà sul punto in cui si trova, se al contrario sarà provvidenziale o se sarà ininfluente.

Tutto quel che può fare l’uomo e fermarsi e allacciarsi impeccabilmente la scarpa, perchè l’unica cosa certa che sa è che se non lo fa prima o poi inciamperà. L’uomo cioè affronta al meglio il fotogramma in cui si trova senza lamentarsi di nulla conscio che è lui l’unico responsabile di ciò che gli accade

E’ molto più facile essere impeccabili in condizioni estreme che in condizioni ordinarie. Le condizioni estreme servono per farci scoprire la possibilità di essere impeccabili. La vera sfida è essere impeccabili in condizioni ordinarie! – Don Juan Matus

Follia Controllata

La follia controllata consiste nel fare quello che si sta facendo in un dato momento come se fosse la cosa più importante del mondo ma sapendo che non ha alcuna importanza.

La realtà è un fotogramma che si accende per un breve istante, per poi tornare ad essere un’ombra fugace. Si può ben dire dunque che nel momento in cui il fotogramma è acceso è la cosa più importante del mondo, perché in effetti in quel momento quel fotogramma è tutto il nostro mondo, è l’unico campo in cui possiamo agire direttamente. Ma non permane, un istante dopo sarà andato, non importa ciò che noi abbiamo fatto, quindi in effetti non avrà più alcuna importanza.

Le conseguenze delle nostre azioni si riveleranno nel nuovo fotogramma che per un attimo sarà a sua volta tutto il mondo e poi sparirà anch’esso. Il guerriero viaggiatore regge il mondo con la sua volontà, l’uomo comune regge il mondo con la sua ragione. Reggere il mondo con la propria volontà significa dare tutta l’importanza al momento presente e agire in esso, poiché è l’unico potere diretto che abbiamo.

Reggere il mondo con la propria ragione significa trascurare il valore del momento presente se non coincide con i nostri programmi, con le nostre aspettative, dando invece importanza a momenti passati o ancora da venire.

E’ anche trattare il momento presente come se non fosse destinato a svanire un attimo dopo, come se potesse essere fermato e reso fisso, come se si avesse la facoltà di agire più tardi, mentre svanito il momento svanisce con lui la nostra possibilità di agire in esso.

Gesù ha detto: “non preoccupatevi di cosa berrete, di cosa mangerete, di cosa vestirete, ad ogni dì basti il suo affanno”.

Ricollegandoci al concetto di specchio, il riflesso è coercitivo, possiamo cambiare la diapositiva che lo proietta, ma fintanto che permane quel riflesso è la realtà e siamo sottoposti alle sue regole, quindi dobbiamo agire in base ad esse, ma al contempo abbiamo il potere di agire. Il momento presente è l’unico in cui possiamo agire, quindi dobbiamo agire, al contempo il fatto che dobbiamo significa che possiamo. La ragione ci dà l’illusione di poter rimandare o di poter sfuggire alle regole del momento in cui ci troviamo se non ci piacciono.

La follia controllata è composta da tre elementi: inaccessibilità, non-fare, agguato.

Inaccessibilità

La definizione di “inaccessibilità” è non agire in base alla preoccupazione o all’importanza personale. Quando agite spinti da questi due principi, siete accessibili, siete come dei pupazzi che si possono manovrare tirando i fili delle vostre preoccupazioni e del vostro orgoglio, e siete prevedibili, affatto interessanti.

Ma cosa significa esattamente preoccuparsi? E’ abbastanza semplice, quando agite sulla base della previsione di eventi che ragionevolmente possono accadere, vi state occupando di qualcosa, se agite in base a cose che ragionevolmente non potete prevedere, vi state preoccupando. Se costruite una casa vicino ad un corso d’acqua e scegliete un punto elevato, siete motivati dalla ragionevole previsione che il corso d’acqua potrebbe straripare; se uscite di casa col casco perchè potrebbe cadervi una pietra in testa, state agendo in base alla preoccupazione, in quanto si potenzialmente potrebbe cadervi un sasso in testa, così come potrebbe accadervi qualunque altra cosa, ma non vi è dato di saperlo ne di prevederlo in modo ragionevole. Per quanto riguarda l’importanza personale vi rimando alla parte già trattata.

Non Fare

Ogni cosa ha un suo “fare” e un suo “non-fare” Il fare delle cose è legato alle azioni automatiche, frutto dell’abitudine, il non fare è legato all’impiego della volontà. Un marzialista per esempio utilizza il ”fare” per fissare i movimenti nel suo corpo e al contempo utilizza il “non fare” per migliorare continuamente i suoi movimenti e le sue tecniche; questo è il funzionamento corretto. Quando utilizziamo il ”fare” alimentiamo la nostra mente ausiliaria, il nostro pilota automatico, quando utilizziamo il “non fare” alimentiamo la volontà.

Il non fare ci consente di accumulare e reimpiegare una grande quantità di energia se fatto come esercizio consapevole. Si può applicare questo esercizio alle azioni della vita quotidiana, per esempio una cosa banale, come ramazzare il pavimento; siete abituati ad impugnare la scopa in un modo, bene invertite la posizione delle mani, questo semplice stratagemma vi obbliga ad innescare la volontà.

Lo stesso vale per i comportamenti; siamo abituati a reagire in modo automatico nell’interazione con gli altri, magari salutiamo con un sorriso qualcuno di che detestiamo per esempio; provate a non salutarlo affatto, vi accorgerete immediatamente della scarica di energia che si libera in voi per non averla sprecata in un gesto automatico. Provate dunque a cambiare volontariamente i comportamenti abituali che avete.

Un terzo esercizio più diretto consiste nell’imporvi delle routine da seguire come se fossero di vitale importanza, potreste per esempio decidere di seguire un ordine preciso nello svolgere i vostri compiti quotidiani. Quando quest’ordine diventa un abitudine e non vi richiede più alcuno sforzo, cambiatelo. Questi semplici esercizi faranno crescere la vostra energia in modo inaspettato.

L’Arte dell’Agguato

I Quattro Principi

Azione-Disciplina-Spietatezza

Il principio dell’azione è quello che ci spinge ad agire senza scuse, senza esitazioni; quando il guerriero impara ad utilizzare questo principio acquisisce la spietatezza. La spietatezza del guerriero non ha nulla a che fare con la crudeltà; il guerriero è spietato verso se stesso, la spietatezza verso se stessi diventa disciplina, ovvero la capacità di costringersi ad agire.

Calma – Controllo – Gentilezza

Il principio della calma consente al guerriero di non reagire insensatamente a qualunque stimolo arrivi dal mondo; mettendo in pratica questo principio il guerriero acquisisce il controllo, il controllo permette di agire con gentilezza.

Certezza – Costanza – Pazienza

Il principio della certezza da al guerriero la consapevolezza che sta marciando inesorabilmente verso il suo obiettivo; mettendo in pratica questo principio il guerriero agisce con costanza, il suo agire diventa pazienza, procede senza fretta ma nulla lo ferma.

Possibilità – Tempismo – Astuzia

Il principio della possibilità è la consapevolezza che si presenterà sempre quel centimetro cubo di possibilità che il guerriero potrà sfruttare per agire; mettendo in pratica questo principio il guerriero acquisisce il tempismo, e il suo agire diventa astuzia. Disciplina, controllo e pazienza sono come una diga che trattiene l’acqua, il tempismo è come la saracinesca che si apre liberando in un istante tutta la sua potenza.

Le sette regole

  1.  Scegliere il campo di battaglia

Ogni situazione,ogni contesto, ha le sue regole ,il suo modo di funzionare.Il guerriero sfrutta queste regole a suo vantaggio e se ne fa scudo anziché esserne condizionato, perciò sceglie con cura il contesto in cui muoversi, o lo studia attentamente se ci si trova suo malgrado; non si lamenta di come funziona quella situazione, trova il modo per attraversarla, non cerca di cambiare le regole; se le regole di una situazione non gli vanno, evita di mettersi in quella situazione

  • 2 .Essere leggeri

Non avere punti da difendere. Ogni elemento della nostra vita a cui non possiamo rinunciare diventa un punto da difendere, diventa un qualcosa che ci appesantisce e condiziona le nostre scelte. Per questo motivo occorre liberarsi dalle cose superflue, che non fanno altro che zavorrarci. Questo concetto suscita una certa resistenza, che dobbiamo fare, vivere come eremiti, in solitudine? No, non è questo il punto, il punto è ridurre l’attaccamento. Se siete capaci di stare sereni quando siete soli con voi stessi, non avete alcun bisogno di rinunciare alla compagnia delle persone che amate, anzi, vi godete pienamente il tempo trascorso con loro perché siete consapevoli che non lo fate per bisogno; al contrario, se non siete capaci di star soli la compagnia degli altri diventa una dipendenza, un peso, e voi stessi siete pesanti per gli altri.

Questo esempio può essere esteso anche alle cose, se non date loro eccessiva importanza non avete bisogno di rinunciare ad esse. Nella vostra vita ci sono comunque cose importanti, per cui vale la pena impiegare le vostre energie e che costituiscono dei punti che dovete difendere, per questo eliminare le cose e le abitudini che non sono fondamentali per voi è importante. Sintetizzando in modo estremo, l’avversario più pericoloso è quello che non ha più nulla da perdere.

  • 3. Avere una Strategia

Avere un piano di riserva/Sapere che si sta aspettando e cosa si sta aspettando. Il guerriero ha sempre un piano di riserva, una linea di azione alternativa in caso di sconfitta e il piano di azione di riserva per eccellenza è l’accettazione della sconfitta. Bruce Lee diceva che la condizione fondamentale per affrontare una lotta è essere pronti alla sconfitta, se non lo si è meglio non combattere.

Approfondiamo. Il guerriero esamina tutte le linee di azione disponibili al momento e ne valuta tutte le possibili conseguenze. L’azione strategicamente corretta non è quella che offre più possibilità di successo, è quella di cui si è pronti ad accettare tutte le possibili conseguenze.

In caso di esito negativo il guerriero non rimane impotente perchè era già pronto in partenza a fronteggiare il fallimento. Viceversa una azione che ha 999 possibilità su 1000 di riuscire, è strategicamente scorretta se il guerriero non è pronto ad accettare quell’unica possibilità di fallimento, perchè in tal caso rimarrebbe totalmente impotente e anzi, per i principi di cui abbiamo già parlato, la paura, il peso di quell’eventuale fallimento non farebbero che attirare il fallimento sul nostro cammino.

Sul versante dello Spirito, il guerriero “sa che sta aspettando” di raggiungere la sua meta, non passivamente, e “sa che cosa sta aspettando”, sa esattamente cioè dove sta andando, quale è il suo obiettivo. Per definire le sue mete il guerriero usa gli stessi principi della Strada con un cuore, si immerge mentalmente nella situazione in cui ha già raggiunto il suo obiettivo e scopre se è la sua vera strada o solo un capriccio dell’importanza personale. Se quella meta è sulla sua strada, non importa quanto difficile o faticosa sia, il solo pensarci lo fa sentire vivo, gli da un senso di crescita della consapevolezza, di aumento di energia.

  • 4. Lasciarsi andare/Assumersi la responsabilità

Una volta che il guerriero ha elaborato la sua strategia si lascia andare all’azione, senza ripensamenti, senza recriminazioni, incurante del successo o dell’insuccesso; ha già esaminato le ipotesi che poteva esaminare e ha già fattole sue scelte, perciò si assume la responsabilità e accetta tutto quel che gli accade, senza lamentarsi, perchè sa che ogni situazione che incontrerà è frutto della strada che egli stesso ha deciso di percorrere e che ha scelto con cura prima di iniziare a camminare.

  • 5. Prendere tempo

Quando il guerriero si trova in una situazione in cui non gli è possibile agire in direzione del suo obiettivo deve prendere tempo, ovvero deve dedicarsi o pensare a qualunque cosa tranne che al suo obiettivo. Questo perchè altrimenti non farebbe che sprecare inutilmente le sue energie o in tentativi inutili o in simulazioni mentali di “quello che farà”, e al momento di agire si troverebbe privo di forze e volontà, anche al punto di non riuscire nemmeno ad accorgersi che è il momento di agire.

Per fare un esempio semplice, avete presente quando dovete parlare di qualche cosa di importante con qualcuno e immaginate mille volte cosa direte, le parole che userete etc, e poi al momento di parlare invece restate muti, o non riuscite a dire le cose importanti o addirittura non trovate nemmeno la forza di cominciare?

Se invece non ci pensate prima, al momento in cui l’occasione di parlare si presenta le parole vi escono da sole, senza fatica. Bruce Lee ha rappresentato questo principio in maniera bellissima nel film “Enter the Dragon” (I Tre dell’operazione drago); descrivo brevemente per chi non lo ha visto. Il protagonista si sta facendo strada in contesto ostile per raggiungere il “capo dei cattivi”, superando le difficoltà che incontra ora con la forza, ora con l’abilità, ora con l’astuzia, agendo con tempestività e semplicità in situazioni molto difficili, fin quando si trova intrappolato in una stanza di pietra, da cui non c’è possibilità di fuga; a quel punto il nostro protagonista, con calma si siede, semplicemente, e aspetta…

Vi consiglio di provare a rivedere (o a vedere) i film di Bruce Lee nell’ottica dei principi trattati in questo libro; troverete che tali principi sono rappresentati più volte ed in modi che io personalmente amo, a conferma del fatto che sono principi universali che vanno oltre le definizioni e le codificazioni delle singole culture.

  • 6. Comprimere il Tempo

Quando si presenta l’occasione di agire occorre cogliere quello spiraglio nelle infinite possibilità; non farlo significa pensare di avere il controllo degli eventi, potere che non possediamo. Questo principio si applica appunto agendo ogni volta che sene ha occasione coscienti del fatto che non possiamo sapere ne quando e ne se si ripresenterà l’opportunità di agire. In questo senso, il principio va applicato anche in modo generale a tutto quel che fate; se vi viene in mente che dovreste o potreste fare una cosa e in quel momento potete farla, non pensateci, fatela.  Agendo così riusciamo a fare molte più cose e senza sforzo.

Un esempio banale, siete li che pensate che ci sono i piatti e il pavimento da lavare; se cominciate a pensare che lo fate dopo, che potreste fare prima quello o quell’altro alla fine spenderete del tempo inutile e dedicherete energie a pensare a quella cosa che non avete voglia di fare, se non ci pensate e lo fate subito ci dedicate meno tempo pensieri ed energie e finite prima di accorgervene e siete liberi da incombenze, pronti e liberi di fare qualunque cosa piacevole si presenti.

Sul piano dello Spirito, applicare questo principio significa agire verso i nostri obiettivi con lo stesso atteggiamento che si ha di fronte a un compito dall’esito certo. Se dobbiamo lavare i piatti non ci chiediamo se riusciremo a portare a termine il compito o no, ci mettiamo a lavare sapendo che porteremo a termine il compito certamente; ci potranno essere contrattempi, magari bisognerà aspettare perché è finita l’acqua calda, ma di certo i piatti li laveremo.

Allo stesso modo, per quanto possa sembrare lontano o complicato il nostro obiettivo, dobbiamo agire come si fa con una cosa dall’esito certo, ovvero cominciare a fare quello che ci è possibile, anche se sembra una cosa inutile a livello pratico in quel momento.

Se vogliamo dedicarci ad una attività che prevede la conoscenza di una data lingua, anche se non abbiamo la benché minima idea di come ci potremo avvicinare a quell’attività, dobbiamo prendere e metterci a studiare la lingua in questione e nel modo più serio possibile. In questo modo andiamo incontro al nostro obiettivo; da un punto di vista materiale avremo già una conoscenza indispensabile quando si presenterà l’occasione di fare un passo verso l’obiettivo, da un punto di vista metafisico impegneremo la nostra volontà in modo concreto. La forma dei nostri pensieri sarà la stessa di quando facciamo qualcosa nella certezza di riuscire.

  • 7. Agire nell’ombra

“Il guerriero attraversa il mondo leggero, quasi in punta di piedi, a vederlo così a prima vista nessuno sospetterebbe che è in grado di compiere opere straordinarie”- Don Juan Matus

Agire nell’ombra non significa nascondersi o agire dinascosto, anche un personaggio pubblico può agire pubblicamente pur “agendo nell’ombra”, è una questione di atteggiamento. Il guerriero condivide le sue esperienze, i suoi successi, con chi si avvicina all’ombra per guardare meglio, quel che non fa è accendere un grosso riflettore su di se pretendendo che tutti guardino e riconoscano il suo valore. Quest’ultima è una esigenza della nostra importanza personale, quando lo facciamo semplicemente sprechiamo l’energia che ci ha consentito di avere successo e la usiamo per alimentare la nostra importanza personale, rimanendo poi con in mano un pugno di mosche.

Pensate ad esempio a vari personaggi sportivi che raggiunto il successo si trasformano in star e bruciano in poco tempo quei risultati per cui hanno lottato duramente e a volte bruciano le loro stesse vite.

In contrapposizione ci sono altri numerosi sportivi che raggiungono risultati straordinari, che magari molti nemmeno conoscono, ma che continuano ad ottenere successi  e soddisfazioni per tutta la loro vita, e vedono comunque il loro valore riconosciuto da tutti quelli che si interessano a loro o alla disciplina che praticano e che ben sanno quanto siano straordinari.

13 settembre 2016 MaialeGrigio

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