La mente come strumento di “attuazione” della realtà

La mente come strumento di “attuazione” della realtà.

Riesco perfettamente a immaginare l’emozione di quello scienziato che, agli inizi del XX secolo, in un piccolo laboratorio fotografico estraeva le due grandi lastre di materiale fotosensibile dal bagno di sviluppo per verificare quale immagine fosse rimasta impressa dopo l’esposizione per diverse ore al bombardamento di elettroni fatti passare attraverso un pannello con due fenditure, come previsto dal famoso esperimento ideato circa un secolo prima da Thomas Young.

La prima delle due lastre era stata impressa dopo aver piazzato un sensore in prossimità di una delle due fessure per rivelare quali e quanti elettroni passassero per quella fessura. La seconda lastra invece era stata impressa con il sensore spento. La fioca luce di una candela schermata da un vetro rosso che illuminava quel piccolo laboratorio fotografico rendeva l’atmosfera irreale, ed evidenziava le numerose rughe sulla fronte corrucciata del giovane ricercatore, segno evidente del fatto che non stava più nella pelle mentre osservava l’immagine che lentamente compariva sulle due lastre umide appese ad asciugare.

Quel giovane ricercatore sapeva che se sulla prima lastra fossero comparse solo due bande più chiare, avrebbe avuto la prova che cercava. Finalmente il momento era arrivato, e la fioca luce di quel piccolo laboratorio non gli impedì di notare che sulla prima lastra stavano in effetti comparendo solo due strisce più chiare, a differenza dell’altra, dove invece se ne potevano contare almeno una decina.

Quella era la prova che l’osservazione fatta con quel sensore modificava il comportamento degli elettroni, che smettevano di comportarsi come onde per ‘collassare’ e diventare particelle, le uniche in grado di giustificare le due bande chiare che quello scienziato, con occhi pieni di emozione, stava osservando su quella lastra fotografica. Il mondo, o meglio la visione del mondo che scaturì da quell’esperimento non fu mai più la stessa. In qualche modo quella era la dimostrazione inconfutabile che l’osservazione modificava la realtà osservata, facendo comparire dal nulla la materia, là dove si posava l’attenzione dell’osservatore.

La presenza di numerose bande chiare presenti sulla seconda lastra dimostrava che la materia, quando non osservata, si presenta come un’impalpabile onda. Un’onda invece di una solida particella. Ma cosa vuol dire questa cosa? Ad una più attenta analisi, si scoprì che quell’onda rappresenta semplicemente la probabilità di trovare la particella in un certo punto dello spazio tempo. Niente di fisico o di tangibile, quindi, solo una probabilità.

Ma dove va a finire quella particella quando non viene osservata? Potremmo dire dappertutto, e nello stesso tempo da nessuna parte, questa è l’unica risposta sensata che si può dare a questa domanda. Di fatto quella particella non esiste quando non osservata, perché al suo posto c’è qualcosa di totalmente immateriale, senza confini, che permea l’intero spazio. C’è solo una probabilità, qualcosa che non esiste in questo mondo materiale, se non come idea, o concetto, espresso attraverso una serie di formule matematiche. C’è solo “l’informazione” della potenziale esistenza di una particella.

Una realtà a due livelli

L’esperimento delle due fessure ci ha quindi dimostrato che una particella può apparire solo come il risultato del “collasso” dell’onda che la descrive. Si parla di “collasso” perché l’onda senza confini che permea l’intero spazio è come se si concentrasse istantaneamente in un unico punto per trasformarsi nella particella osservata.

Ci si rese conto che la fisica quantistica aveva finalmente alzato il velo sulla realtà delle cose, rivelando uno strano mondo composto da due diversi livelli. Esiste un primo livello, che potremmo definire “immateriale”, dove non esiste né tempo né spazio, fatto solo di “onde di probabilità”, un livello dove esiste qualsiasi cosa in forma “potenziale” ed “inespressa”. Il secondo livello invece è quello a cui appartengono le cose “materiali”, il mondo cioè che possiamo sperimentare con i cinque sensi, dove il tempo e lo spazio la fanno da padroni.

Le onde del primo livello esprimono il concetto, o l’idea delle cose che poi appaiono al secondo livello. Le potremmo chiamare forme-pensiero, perché composte di impalpabili pensieri che danno forma alle cose materiali che possiamo sperimentare nel secondo livello. Solo idee, o concetti inespressi, quindi, che quando vengono espressi attraverso l’osservazione, altro non sono che gli oggetti materiali che sperimentiamo con i cinque sensi, espressione fisica di quei concetti.

Fu a tutti chiaro che, affinché una particella possa comparire, deve necessariamente esistere in precedenza un’onda che la descrive. Nulla può esistere quindi al secondo livello, quello materiale, senza che al primo livello venga concepita la sua “idea” o forma-pensiero.

Ma come fa un’onda a collassare e a manifestare nel secondo livello una particella? In altre parole, come fa a concretizzarsi questo meccanismo di creazione? Beh, se siete stati attenti avrete intuito che, dato che è l’osservazione ad operare questa “magia”, probabilmente ha a che fare con l’osservatore, cioè con noi stessi, esseri dotati di una coscienza. La totalità di tutte le forme-pensiero, quindi, che può essere considerata alla stregua di energia «potenziale», ha bisogno di essere “osservata” per potersi esprimere nel mondo reale.

Ma cosa vuol dire esattamente “osservare”? Qui non stiamo parlando dell’osservazione fatta con gli occhi, naturalmente, perché ci stiamo riferendo ad un’onda che, in quanto espressione di un’idea o di un concetto, non può che essere osservata da una mente. Si tratta quindi di una scelta, nient’altro che un processo di “scelta”, o di “estrazione” fatta tra tutti gli infiniti pensieri che una mente può concepire.

La creazione della realtà quindi è alla fine nient’altro che una scelta, una scelta ponderata, che possiamo paragonare a un meccanismo di «attuazione» di un’Idea Primaria, esistente in principio solo in una forma potenziale e inespressa. Essa si esprimerà nel modo esatto in cui noi le permettiamo di esprimersi. In quanto esseri coscienti operiamo la scelta costantemente, ogni qual volta posiamo la nostra attenzione su di un’idea, o su un concetto.

Ecco allora svelato il nostro ruolo in questo magico processo di creazione. Rappresentiamo di fatto il ponte di collegamento tra i due livelli, una sorta di «attuatori» dell’infinito potenziale esistente al primo livello, che per sua natura, come abbiamo visto, ha bisogno di essere “riconosciuto” e quindi “scelto” per potersi esprimere nel mondo cosiddetto “reale”.

Un fantastico meccanismo ideato per permette a una mente “divina” di sperimentare sé stessa e gioire della possibilità di creare un mondo a sua immagine e somiglianza? Chissà, nessuno può dirlo con certezza. Ognuno è libero di trarre le sue conclusioni. di Paolo Marrone  Da: Macrolibrarsi

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