Il signore dei buchi neri


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Il signore dei buchi neri  -“Spero che riusciate a capirmi nonostante il mio leggero accento numerico!”

Stephen Hawking non ha perso il suo umorismo tipicamente britannico. Pur essendo sorpresi da questo suo primo commento, sappiamo bene che chi vuole parlare con quest’uomo straordinario dev’essere pronto ad affrontare forme insolite di comunicazione.

Stephen Hawking comunica con il mondo solo grazie a un sintetizzatore vocale e a un personal computer montati sulla sua sedia a rotelle in cui inserisce le frasi che vuole dire con due dita della mano destra, gli unici muscoli che riesce ancora a muovere oltre a quelli della faccia.

Ma tra fisici ci si capisce in fretta e così, malgrado la voce effettivamente un po’ metallica del computer, i temi cominciano ben presto a fluire, temi ai limiti dell’impensabile, mentre lui fa un lungo giro dal big bang alle più recenti conoscenze scientifiche sulle componenti primordiali della materia – le cosiddette superstringhe – passando per la possibilità di realtà parallele virtuali.

Stephen Hawking è uno dei più autorevoli fisici viventi, degno successore del grande Isaac Newton, lo scopritore della legge di gravitazione universale, di cui da molti anni occupa la cattedra lucasiana di matematica all’università di Cambridge.

Dato che a causa della sua malattia, una sclerosi laterale amiotrofica, può occuparsi esclusivamente di fisica teorica, il suo interesse principale va alla cosmologia, la teoria della creazione e della nascita dell’universo. La fama, tuttavia, gli è giunta soprattutto grazie ai suoi lavori sui buchi neri, quei mostri cosmici – cadaveri di stelle bruciate – in cui la forza gravitazionale cresce oltre ogni limite fermando il tempo.

Anche se la sua opera scientifica complessiva è esclusivamente un prodotto del suo cervello, Hawking si occupa di cose del tutto reali, e molte delle sue previsioni teoriche sono state in seguito comprovate grazie agli esperimenti eseguiti dai suoi colleghi.

Com’è possibile che un uomo con un handicap simile abbia potuto ottenere tali risultati? O, più precisamente: com’è possibile, in una scienza esatta e sperimentale come la fisica, giungere a conoscenze così esaurienti sulla nostra esistenza basandosi solo sui propri pensieri?

Si ha l’impressione che Stephen Hawking attinga il suo sapere da una fonte di conoscenza cosmica inaccessibile ai comuni mortali, proprio come hanno fatto molti altri suoi geniali predecessori.

Le grandi scoperte scientifiche sono sempre state dei parti della fantasia, e nel corso del libro ne vedremo qualche altro esempio. Cosa succederebbe se questo grande uomo un giorno non potesse più azionare neanche il suo computer? Il suo spirito resterebbe allora completamente imprigionato nel suo cervello, incapace di trasmettere al mondo le sue conoscenze? O forse potrebbe ancora disporre di mezzi di comunicazione che non usano i normali canali sensoriali?

Per quanto incredibile possa sembrare, allo stato attuale della scienza è possibile dare una risposta affermativa a questa domanda, mentre la realizzazione tecnica è addirittura questione di pochi anni.

I passi avanti sono notevoli, perlomeno negli esperimenti sugli animali. Per esempio, già oggi è dimostrato che i ratti del laboratorio di ricerca dell’Hahnemann Medical College di Filadelfia hanno imparato a farsi dare l’acqua da bere da un robot con la semplice forza del pensiero. Il direttore dell’esperimento, John Chapin, l’ha scherzosamente ribattezzato “thinking about drinking”.

Le cose sono cominciate in modo tutt’altro che spettacolare. I topi sono stati allenati a premere un determinato tasto, dopo di che il robot passava loro l’acqua. Già da decenni venivano condotti esperimenti simili sul comportamento di apprendimento di questi animali intelligenti.

Ma questa volta ai ratti sono stati impiantati nel cervello dei piccoli elettrodi che hanno consentito di misurare le correnti cerebrali degli animali e di salvare in un computer i modelli registrati. Col tempo gli scienziati hanno scoperto che il movimento di premere il tasto era preceduto da un modello ondulatorio ben preciso. Nel passo successivo gli scienziati hanno disattivato il tasto e il robot ha preso a versare l’acqua non appena nei ratti si manifestava il modello ondulatorio cerebrale corrispondente.

Ed è a questo punto che è successo qualcosa di inconcepibile: dopo un po’ i topi si sono accorti che non era più necessario premere il tasto, ma che – per usare un’espressione umana – bastava “pensarci”. Hanno quindi prodotto il modello ondulatorio caratteristico nel loro cervello senza azionare il tasto con la zampa, e naturalmente sono stati prontamente ricompensati dal robot che ha fornito loro l’acqua.

Questa scoperta ha alcune conseguenze di straordinaria importanza: è una prima prova del fatto che anche gli animali possono pensare. È dimostrato che il modello di onde cerebrali non serve a premere effettivamente il tasto, ma è inequivocabilmente in relazione con questo movimento, come se i ratti se lo immaginassero nella loro mente.

È inconcepibile che la natura abbia creato simili facoltà senza uno scopo, solo affinché qualche ingegnoso scienziato dei nostri tempi le potesse rendere visibili e utilizzabili grazie a delle apparecchiature elettroniche.

Ma allora, qual è lo scopo?

Da tempo si sa che le onde elettromagnetiche prodotte dal cervello durante il suo lavoro possono essere misurate anche sulla superficie della testa e da lì diffondersi nell’ambiente. L’impianto cerebrale fatto ai ratti non serviva affatto a produrre l’effetto, ma solo ad amplificarlo, dato che i potenziali della superficie cerebrale sono estremamente deboli e anche nell’uomo i valori sono pari solo a qualche microvolt (milionesimo di volt).

Ciononostante è chiaro – e l’esperimento di Filadelfia l’ha dimostrato – che, con l’aiuto di queste onde, delle informazioni interpretabili abbandonano il cervello e si propagano nell’ambiente.

I nostri potenziali cerebrali, quindi, non sono “spazzatura” elettro-magnetica inutile, e se invece che a premere un tasto pensiamo a qualcosa di intelligente, anche questa informazione sotto forma di pensiero esce dalla nostra testa e si diffonde nello spazio. Le potenzialità tecniche di questa scoperta sono immense. Già in un futuro prossimo sarà possibile realizzare strumenti in grado di comunicare in modo soddisfacente e diretto con il cervello umano, e a loro volta capaci di trasformare i comandi inviati dal cervello.

Ecco allora che in futuro gli handicappati fisici potranno essere autonomi, dato che con la sola forza del pensiero (o meglio, delle loro onde cerebrali che si formano pensando) apriranno porte o azioneranno interruttori della luce. Esperimenti effettuati su volontari hanno già mostrato che anche gli esseri umani possono imparare a intervenire in particolari programmi informatici per mezzo delle loro correnti cerebrali.

Da lì ci vorrà solo un passo affinché il computer parlante di Stephen Hawking diventi manovrabile con la sola forza del pensiero. Sono meravigliose opportunità di rendere più facile la vita ai portatori di handicap, divenute realizzabili solo grazie all’affascinante invenzione della natura che ha reso possibile trasmettere a grandi distanze le informazioni cerebrali tramite onde elettromagnetiche.

Ma che c’entra tutto questo con la gravitazione e la cosmologia di Stephen Hawking? Bene, addentrandoci nel libro vedremo che la gravitazione interagisce anche con altre forze dell’universo.

Come hanno dimostrato le ricerche più recenti, la forza gravitazionale non è quella grandezza statica e calcolabile che ancora si immaginava Isaac Newton. Questa forza presenta infatti delle instabilità che agiscono non solo da qualche parte nell’universo, ma anche qui sulla Terra, nella nostra vita quotidiana. Nel corso del libro faremo la conoscenza di alcuni di questi effetti.

Ne fanno parte delle perturbazioni che influiscono pur sempre sull’atmosfera, sulla nascita di tornado e terremoti e perfino sulla sicurezza del traffico aereo. La cosa più avvincente, però, è l’interazione fra la gravitazione e la nostra coscienza, come pure con la nostra informazione genetica, memorizzata in ogni cellula del nostro corpo sotto forma della molecola ereditaria del DNA.

Su questo piano, minime anomalie gravitazionali permettono una forma di comunicazione finora sconosciuta, la cosiddetta ipercomunicazione. Questa forma di comunicazione agisce al di fuori dei cinque sensi conosciuti, direttamente sul cervello e sulle cellule somatiche (o meglio fuoriesce da queste)e fa sì, per esempio, che gruppi di animali possano agire concoordinazione.

È possibile che l’ipercomunicazione sia anche responsabile di qualche forma di ispirazione umana, di molte scoperte scientifiche e di molti capolavori artistici.

Per capire di che cosa si tratta, bisogna conoscerne i fondamenti e la forma di interazione. Un altro ruolo importante, oltre a quello della coscienza e della genetica, è ricoperto soprattutto dalla gravitazione, in particolar modo quando presenta delle irregolarità, per esempio come avviene a livello macroscopico nei buchi neri e a livello microscopico nei cosiddetti cunicoli spazio-temporali.

A questo riguardo anche Stephen Hawking, il “signore dei buchi neri”, ha contribuito notevolmente con le sue scoperte alla comprensione di questi interessanti effetti. Ma prima di raccontare qualcosa in più sulle sue teorie rivoluzionarie, dobbiamo fare un lungo giro e prendere confidenza con un gran numero di recenti risultati delle ricerche effettuate nel campo della fisica, dell’astronomia, della medicina, della biologia e della ricerca della coscienza.

A questo punto non dobbiamo commettere l’errore di credere che le nostre informazioni concettuali si limitino a pervadere la calotta cranica, come un programma radiofonico abbandona la stazione trasmittente per diffondersi nei dintorni e prima o poi essere captato per caso da un ricevitore. Queste informazioni si cercano vie di trasmissione molto più insolite, che secondo l’opinione tradizionale non dovrebbero esser loro accessibili, e per farlo si servono proprio della forza gravitazionale.

Ma per capirlo dobbiamo partire da Wolfgang Amadeus Mozart…

Estratto dal libro Ipercoscienza – L’Intelligenza Nascosta nel DNA di Grazyna Fosar, Franz Bludorf

L’umanità non è solo un insieme di singoli individui, ma compone, proprio come accade per Internet, un vera e propria rete di coscienza comune a cui tutti siamo collegati e dalla quale si possono attingere informazioni e conoscenze sorprendenti: l’intelligenza in rete. Quest’affermazione, spiegata a… più informazioni »

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