Il primo incontro

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Il primo incontro – Il monastero era un castello: un castello russo, basso, bianco, con torri tozze, e i tetti delle torri sembravano cappelli di maghi. Dentro c’era un prato con qualche albero e, in mezzo, una chiesa molto antica.

La chiesa aveva tanti piccoli frontoni che salivano, uno sull’altro, come le squame di una pigna. Aveva visto tante volte, e non aveva mai notato, quel motivo ornamentale dell’architettura russa.

Tanti novembre! – pensò, guardando i frontoni. Tante cose da capire, una sopra l’altra. Invece le chiese europee sembra che dicano: è già tutto capito.

In un altro edificio del monastero c’era il museo delle icone. Entrò, e si accorse che non riusciva a guardare nessuna icona per più di qualche secondo.

Dapprima pensò che fosse perché non sapeva niente di arte sacra. Poi capì che era questione di forza. Come con l’arcobaleno che aveva visto dal treno. La sua mente non reggeva alla bellezza di certi colori: doveva spostare lo sguardo verso la cornice, o il pavimento.

Si aggirò per un po’ tra le icone, come spiandole. Poi si decise ad affrontarle: si fermò davanti a un gruppo di santi dai volti marroni, aureolati d’oro, con lunghe vesti, azzurre, verdi, arancioni, indaco, su uno sfondo d’oro più scuro. Si impose di fissarli senza sbattere le palpebre, e dopo qualche istante ebbe l’impressione che le vesti fossero stanze e corridoi in cui stava già entrando.

Poi vide che una donna l’aveva guardato, passandogli accanto.

Indossava un tailleur celeste e adesso si stava allontanando verso altre icone. I capelli erano biondo scuro, ricci.

Guardò le ginocchia nude, le caviglie, e si sentì improvvisamente vuoto. Quando vide anche il suo viso tentò invano di distogliere lo sguardo. E forse lei capì quel tentativo, perché sorrise.

Le si avvicinò senza pensare e, meravigliandosi di se stesso, le disse: «Che bel posto qui», come se fosse stata lei a portarcelo.

Lei annuì, guardando un’icona.

Non dirà nient’altro – pensò lui. Ha visto che sono uno scheletro. Invece lei disse:

«Sì, molto.»

«Fa sentire com’era allora. O quasi com’era allora.»

«Perché quasi?»

Lui le disse che è difficile sentire il passato, e proseguirono insieme nelle altre stanze del museo.

Si chiamava Tanja ed era architetto, urbanista. Si era appena laureata, lavorava da neanche tre mesi. Abitava a Kursk, era venuta a Mosca in vacanza, da un cugino, ma sarebbe ripartita lunedì.

«Cioè fra tre giorni?»

Tanja guardò la sua espressione dispiaciuta, e lui ebbe paura di sembrare infantile. Disse subito qualcosa che avrebbe detto un adulto: «E dove lavorate?».

In quel momento gli piacque molto che in russo ci si desse del voi.

«A Belgòrod.»

«Costruite una casa?»

«Tante case. Palestre, case della cultura, teatri, negozi. C’è da costruire un quartiere intero.»

«Dev’essere il sogno di un architetto, costruire un quartiere.»

«In teoria sì. Ma il progetto è già deciso, noi dobbiamo soltanto fare i calcoli.»

«Voi costruite e poi restano per cent’anni, anche di più. Tutta la gente che ci vivrà! E adesso non c’è niente lì?»

«Niente!»


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«Bellissimo.»

Guardò verso una finestra e vide i frontoni della chiesa.

«Io invece dovrò iscrivermi a fisica, quest’anno.»

«Dovete? Non sembra che l’idea vi entusiasmi.»

A un tratto si accorse di cosa stava cominciando a succedere: stava parlando con una donna molto bella che gli chiedeva di lui, e lui le camminava accanto e lei non accelerava. Ebbe la precisa sensazione che, mentre loro due camminavano così piano, in qualche altra parte dell’universo la velocità di qualcosa stesse aumentando, e che adesso ogni loro parola, ogni loro minimo movimento avrebbe influito sulla direzione di quella velocità.

«E’ che non ho ancora deciso» rispose. Le raccontò di quando aveva chiesto alla professoressa di matematica come si diventa ricchi, e Tanja rise prima che avesse terminato il racconto.

Camminavano piano, senza fermarsi davanti alle icone. Guardavano per lo più i propri piedi, lui ogni tanto guardava i piedi di lei, e ogni volta che alzava lo sguardo incontrava i suoi occhi azzurro scuro. Nelle stanze del museo parlarono del liceo classico, che in Russia non c’è; e di Kursk, di Belgòrod, di Milano. Non c’erano pause di silenzio: appena lei finiva una frase, lui aveva già una domanda pronta. La fece ridere di nuovo, quando disse: «Certe volte parlare è come volare, sì?» mentre uscivano dal museo delle icone. E nessuno dei due aveva domandato all’altro se volesse uscire.

Fuori, le indicò il tetto della chiesa e disse che erano linee molto esotiche, per chi è abituato alle chiese cattoliche. Tanja gli disse che quei frontoni si chiamano kòkosniki, diademi.

«E avete visto Andrej Riiblèv?»

Tanja l’aveva visto due volte. Lo trovava splendido, a parte la scena del cavallo infilzato: gli disse che non era stato un trucco, il cavallo era morto davvero.

«Sì?»

Lì ci fu l’unica, breve pausa nella loro conversazione di quel giorno. Lui fece svanire il loro dispiacere per il cavallo dicendo che quel monastero sembrava un piccolo castello, e lei gli raccontò dei castelli che aveva studiato: i castelli medievali, e i castelli crociati, perché i castelli erano una sua passione.

«I castelli svizzeri!» disse lui. «I castelli svizzeri sono cattivissimi!»

Lei rise: e lui rise di gioia, perché era la terza volta che la faceva ridere. Mentre parlavano di castelli avrebbe voluto dirle altre cose: che la luce verso quell’ora – le quattro – era così bella, e faceva desiderare una lunga vita, migliaia di pomeriggi d’estate con il vento che muoveva le foglie degli alberi, come adesso, e loro due a voltarsi ogni tanto, a guardare com’erano belli i colori delle foglie.

«E dove abitate, qui a Mosca?» le chiese.

«A Nagàtino. E voi?»

La bocca di Tanja mentre pronunciava il nome di quel quartiere gli sembrò l’immagine della felicità, come l’abete illuminato è l’immagine del Natale. Se fossi un altro – si accorse di pensare. E immaginò cosa avrebbe fatto un altro, più forte di lui, uno come Musa, sano di mente, che in quel momento avesse avuto il coraggio e la bravura di baciarla, e l’avrebbe fatto tanto bene che a lei sarebbe dispiaciuto dire di no. Cioè gli avrebbe detto di no, avrebbe scostato il viso, ma sorridendo, come a dire: non adesso, riprova tra poco.

«Nagàtino» le fece eco, come se fosse un posto meraviglioso.

Non stavano andando verso l’uscita: si accorse che stavano girando attorno alla chiesa. L’altro, adesso, le avrebbe preso la mano. Girarono attorno alla chiesa una volta, poi un’altra, e lui allora non sapeva che nel rito ortodosso del matrimonio gli sposi girano tre volte intorno al leggio, davanti all’altare.

«E se ci rivediamo» trovò il coraggio di dire, ma non seppe come continuare la frase.

«Se succede» disse lei, seria.

«Ma possiamo darci i numeri di telefono!»

Lei gli dettò il numero di telefono del cugino, e lui lo scrisse sul taccuino.

«Allora a presto!» le disse. Ma girarono ancora una volta attorno alla chiesa, parlando del buon influsso che le forme dei castelli dovevano avere sulla gente, quando i castelli erano nuovi: forme così armoniose e complicate. Poi andarono verso l’uscita. La fermata dell’autobus era poco distante, e lì lei corse, perché il suo stava arrivando. Salì, e si voltò verso di lui, mentre l’autobus si allontanava.

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