Il Paradosso dello Scimpanzè

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Il Paradosso dello Scimpanzè – Il programma di gestione mentale per conquistare successo, autostima, felicità…

Ti capita di agire in modo irrazionale?

Davanti agli imprevisti perdi lucidità?

Le tue giornate sono logorate dai dubbi?

Avere un atteggiamento impulsivo ed essere tormentati dall’indecisione non è certo il miglior modo di vivere, ma cambiare si può.

Ogni giorno, ci spiega l’autore, dentro di noi si confrontano due parti spesso in lotta fra loro: lo Scimpanzé che è il responsabile delle risposte emotive e l’Umano che analizza i fatti utilizzando il pensiero logico.

Per evitare che il lato «bestiale» prenda il sopravvento, è necessario arginare le performance dello Scimpanzé che, questo è il paradosso, può essere il miglior amico o il peggior nemico dell’Umano.

Il metodo di gestione della mente messo a punto dal dottor Peters si basa su precisi studiscientifici e ha già aiutato studenti, manager, campioni olimpici di varie specialità e calciatori professionisti a raggiungere l’eccellenza.

Anche tu potrai capire e bloccare gli automatismi, gestire emozioni e pensieri negativi in modo semplice e naturale, presentarti con sicurezza e comprendere gli altri. E, soprattutto, sarai in grado di iniziare il più interessante dei percorsi: quello per diventare la persona che vuoi essere.

Premessa all’edizione italiana

A pensarci bene, tutto è cominciato un freddo pomeriggio, il 10 gennaio del 1971, nello stadio di San Siro, a Milano. Ero certo che quella con il Bologna sarebbe stata una partita indimenticabile, e mio padre non aveva opposto grande resistenza ad accompagnarmi. Anche se, a dire il vero, la sua fede calcistica muoveva in ben altra direzione.

Scomodamente seduti su fogli di giornale, che nulla riparavano dal gelo dei gradoni, commentavamo formazioni e classifiche, presi nei soliti e affettuosi battibecchi su chi fosse il miglior regista o il centravanti più spietato.


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Al quindicesimo del primo tempo, il mediano degli emiliani Franco Liguori, ventiquattro anni, tentava un affondo sulla fascia; in opposizione, ecco arrivare Romeo Benetti.

Ma era chiaro che non ce l’avrebbe fatta a intervenire sulla palla.

Ancora ho nelle orecchie il risultato del suo intervento sul ginocchio destro dell’avversario; le urla, i compagni con le mani nei capelli, la barella.

Ricordo d’aver chiesto a mio padre di tornare subito a casa.

Da quel momento, e per qualche anno, la mia passione per lo sport l’ho rivolta al basket, agli scontri tra Simmenthal Milano e Ignis Varese, ai «last three seconds» delle Olimpiadi di Monaco, con Alexander Belov capace di piegare gli imbattibili americani.

Ma non ho mai smesso di chiedermi cosa distinguesse la determinazione agonistica, la grinta, dall’aggressione cattiva e gratuita. Perché – pensavo – un atleta anche famoso perde il controllo, oppure cade nella trappola di una provocazione e si fa espellere per una reazione spropositata?

Poi ho cominciato a guardarmi intorno, a osservare come un tranquillo e rispettabile cittadino, afferrato il volante della sua auto, si trasformasse in un essere primordiale pronto a difendere il proprio territorio.

Per non parlare delle dispute tra vicini di casa per il volume della televisione troppo alto, o dei litigi tra marito e moglie, dove una piccola concessione appariva l’anticamera della disfatta.

Mentre la passione per il calcio tornava a far breccia, complice il lento declino della Pallacanestro Olimpia e i crescenti successi mondiali di Arrigo Sacchi e dei suoi olandesi, mi prendevo una laurea in medicina, una specializzazione in psichiatria, e una in criminologia, scoprendo giorno per giorno quanto le emozioni

influenzassero ogni aspetto della vita, dalle relazioni intime ai rapporti sociali, dalla scuola al lavoro.

Se vi trovate a chiedervi che cosa c’entri tutto questo con il manuale di Steve Peters, abbiate ancora un attimo di pazienza.

Dai primi anni Novanta, sempre più spesso mi è capitato di frequentare le aule dei Tribunali, chiamato in veste di perito a stabilire se un imputato fosse stato capace d’intendere e di volere al momento del delitto che gli veniva attribuito. E la domanda che il giudice mi poneva era sempre la stessa: il gesto criminale è stato il risultato di una scelta, di una malattia, o di uno stato emotivo,magari importante, ma temporaneo e irrilevante per il nostro codice? (….)

Il Paradosso dello Scimpanzè
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