Il Falso Dio

Il Falso Dio – Da Osiride a Gesù: l’anima pagana del culto cristiano.

In ambito storico-sociale l’uomo e il Divino rappresentano un binomio inscindibile, il cui sviluppo parallelo ha portato alla costituzione del rito e del sacro. La pratica del culto ha sempre assunto, sin dalle epoche più remote, la funzione sociale e politica di aggregare e “pilotare” la massa per mezzo di risposte faziose riguardo ai problemi ultimi dell’esistenza:

  • Qual è il senso della vita?
  • Perché e da chi sono stato creato?
  • Cosa mi attende dopo la morte?

Le religioni hanno dato vita a pantheon ricchi di dèi o a rigidi monoteismi che pretendevano e pretendono ancora oggi l’ubbidienza e la devozione morale, pratica ed economica dei credenti. Da Osiride a Gesù, attraverso i testi sacri, è stato creato il Falso Dio con precisi intenti di propaganda e di controllo.

Soprattutto il Cristianesimo, le cui origini sono tutt’altro che limpide, ha dato risposte e forma al suo messaggio di salvezza cannibalizzando gli elementi essenziali dai culti preesistenti:

  1. L’immortalità dell’anima, il giudizio universale, la risurrezione e il dualismo Dio/Diavolo derivano dallo zoroastrismo, dai culti misterici greci e dalla Sapienza egizia. Tutti antecedenti il cristianesimo di molti secoli.
  2. La Croce, il simbolo cristiano per eccellenza, risale al neolitico e al culto del Sole; in Mesopotamia la croce Tau identificava il dio babilonese Tammuz, in Egitto l’ankh simboleggiava la vita, il soffio vitale.
  3. L’anno liturgico cristiano è una pantomima di festività pagane. Da Capodanno a Natale l’origine delle celebrazioni è mesopotamica, egizia e romana.
  4. Il culto cristiano si sorregge grazie ai dogmi, proposizioni faziose ma accettate incondizionatamente, non discutibili e considerate Verità rivelata direttamente da Dio. I dogmi sono stati predisposti a partire dal IV secolo e successivamente integrati e aggiornati sino al 1950.
  5. Gesù Cristo, dalla sua immagine al suo messaggio, è un personaggio spurio. Gli autori dei testi considerati fonti accreditate non lo hanno mai conosciuto e non sono stati testimoni oculari delle presunte opere.

La religione cristiana, sebbene si proponga come unica, originale e salvifica, in realtà è un rifacimento di culti antecedenti ed è posseduta da una vigorosa e robusta anima pagana.

PREMESSA

L’uomo ha sempre sentito il bisogno di vedere i suoi creatori, ne ha ricercato il contatto e inseguito la presenza, affinando la propria coscienza religiosa. Sono stati eretti templi e santuari, innalzati inni e preghiere per chiedere: “Chi sono?”, “Come sono?”, “Cosa vogliono?”, “Perché ci hanno creato?”.

Il presente testo non ha la pretesa di sciogliere i grandi dubbi e di rispondere alle annose domande, casomai ne porrà altre. Lo scopo è quello di indagare le origini del culto cristiano e l’elaborazione del falso dio prodotto attraverso i suoi metamorfismi pagani e le finalità da mercimonio.

Da Osiride a Gesù si esploreranno i modi di intendere la vita dopo la morte, il culto stellare alla base del desiderio d’immortalità, le modalità di realizzazione dell’Anno liturgico e gli strumenti con i quali è stato possibile realizzare la diffusione del credo monoteistico cristiano nel Mediterraneo.

Da Osiride a Gesù riscopriremo le verità umane e le finalità materiali che sono alla base dell’idea stessa di religione (qualunque essa sia) e del dio pagano divenuto protagonista del culto cristiano. L’Età dell’oro delle antiche civiltà è persa e, con il trascorrere dei millenni, la percezione e i contorni di quell’esistenza si sono irrimediabilmente corrotti. Ciò che forse “fu”, echeggia in tavolette scheggiate, in papiri cancellati e riscritti, in rotoli nascosti in giare e in codici contraffatti.

Ricomporre la parola degli antichi è il compito arduo dei ricercatori. È il proverbiale “ago nel pagliaio”. I ricordi tramandati sono adulterati dai difetti connaturati alla memoria umana, ai mezzi per conservarla e alla decisione di cosa raccontare. Le nostre capacità cognitive non conservano intatte le memorie immagazzinate. È un “difetto” intrinseco del sistema neurale per non soccombere al sovraccarico di informazioni. Gli eventi memorizzati, sebbene creduti perfetti e corretti, sono malleabili e quando vengono recuperati sono inevitabilmente riscritti e sanati. Noi crediamo di ricordare perfettamente, in realtà evochiamo solo l’idea di ciò che è accaduto, la quale, nel frattempo, ha perso frammenti importanti che vengono colmati e pesantemente distorti dalle credenze e conoscenze attuali.

La verità che può essere contenuta in episodi del XIII secolo a.C. quando, sulla piana antistante la città di Troia, un semidio bello e biondo morì per una freccia nel tallone, o che Ares, il sanguinario dio della guerra, urlò come un fanciullo per le ferite inferte dall’umano Diomede, è distorto dalle evocazioni degli aedi e dalle trascrizioni degli scribi. Tali eventi sono meravigliose confezioni poetiche di echi provenienti dalle grotte primordiali della memoria del genere umano. Dai Sumeri agli Egizi, dai Greci ai Romani, gli uomini condividevano una convinzione:

«che gli dèi si occupassero di loro in questo mondo, e intervenissero a premiare e a punire, a distribuire cioè quella giustizia che i tribunali umani raramente concedevano ai poveri. Una faccia di queste insopprimibili illusioni dell’umanità sono il ricorso alle pratiche magiche, la credenza negli oracoli e nelle visioni oniriche».

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Infatti, il ricchissimo materiale mitologico appartiene al patrimonio universale dell’umanità.

I poeti dell’antichità sono stati i primi teologi, essi hanno dato nomi, qualità e attributi al divino, tentando di colmare gli abissi che separavano noi da loro. E l’immaginario poetico ha restituito dèi e dee antropomorfi, specchio dell’indole umana, ma detentori del potere di regolare il destino dell’uomo, il quale ha sempre accettato la propria condizione di sottomissione.

L’ultima volta che il Dio dei cristiani si è fatto vivo è stato circa duemila anni fa, nelle vesti di un giovane redentore, morto in croce con sulle labbra una promessa: “Non escludo il ritorno”. Da allora ogni tentativo di comunicazione è stato vano: i cristiani aspettano la Parusia, gli ebrei restano in attesa di Yahweh, i musulmani non sanno ancora chi sarà il prossimo profeta e così via e i testimoni di Geova cercano il citofono del loro Messia.

Tutto tace, il divino non si mostra, eccezion fatta per le visioni di pastorelli analfabeti e sedicenti mistici.

Mi scuso con il lettore più sensibile che può sentirsi leso nella sua fedele devozione, ma non se ne abbia a male per il tono sarcastico che utilizzo. La mia non è una mancanza di rispetto verso il divino, ma una sdrammatizzazione delle ossessioni umane per il divino, provocata nell’arco di molti secoli da teologi, profeti e papi.

L’Idea primigenia che ha dato vita al Tutto mi è ignota. Probabilmente non merito la conoscenza, oppure alla Fonte vanno stretti gli schemi conoscitivi umani che per ora non possono essere allargati per mancanza di capacità, nozioni o prospettive. Siamo stati educati a pensare Dio secondo quanto la nostra mente poteva immaginare. La sua essenza, fisica e psicologica, è una nostra proiezione.

Non conosciamo, né siamo abituati a immaginare alternative, anche in virtù del fatto che qualunque altra possibilità, che si discosta dalla versione ortodossa, è tacciata dalle autorità dottrinali come apocrifa o eretica. In questo modo forse forziamo un cerchio a essere collocato nello spazio di un triangolo, con mezzi anche coercitivi.

Il concetto di divinità è una recondita reminiscenza di una memoria collettiva distorta e decaduta nel tempo. Si tratta di resti arcaici di una coscienza primitiva e istintiva, eco antichissima di un passato leggendario, che ha conservato e sviluppato gli archetipi che hanno costituito i miti, i riti e gli archetipi culturali di riferimento, definiti da Jung l’eredità psicologica inconscia.

Ciò che forse accadde quando l’umanità era giovane è talmente remoto da essere divenuto leggenda ed essere racchiuso nel mito. A mio avviso, ogni popolo racconta a suo modo un pezzetto di quella verità che chiamano “Dio”.

Come Zeus partorì dai suoi pensieri la saggia Atena, così gli esseri umani hanno dato vita al concetto del divino, definendone di volta in volta i contorni a seconda dei tempi e dei bisogni.

Il presente lavoro, incentrato sull’evoluzione del culto cristiano, nasce da una considerazione semplice e laica: del Dio trascendente, onnisciente e onnipotente non si sa nulla. Si crede di sapere in fede di ciò che alla dottrina piace comunicare. È un dato scientifico che non esista documentazione probante né del destino ultraterreno dell’uomo, né della tangibile presenza di divinità. Esiste però un falso dio, che nell’arco della storia umana ha cambiato pelle più e più volte. Politeismo, zoomorfismo, monoteismo, culti filosofici e misterici sono alcune delle sue trasfigurazioni.

Dio è buono o cattivo? La risposta risiede nell’uomo che formula il quesito. Dio è come l’uomo vuole che sia. Il falso dio esiste poiché esiste l’uomo. Quando filosofi come Socrate sostenevano che gli dèi erano da temere, affermava la più grande verità. Gli dèi sono da temere perché sono prodotti umani. E il seme primigenio che ispirò l’idea del divino giace sepolto in un tempo perduto. Estratto dal libro di Stefania Tosi “Il Falso Dio

Stefania Tosi, laureata in Storia, è docente di materie umanistiche, ricercatrice indipendente, studiosa di storia antica e di mitologia. Da più di dieci anni si occupa di storia dell’Antico Egitto e dei testi sacri egizi a cui ha successivamente affiancato l’analisi dei testi biblici. Vive e lavora a Milano.

Il Falso Dio
Da Osiride a Gesù: l’anima pagana del culto cristiano

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