Dentro la Felicità

Meditare bisogna su ciò che procura la felicità, poiché se essa c’è, abbiamo tutto, se essa non c’è facciamo tutto per possederla. EPICURO

Pretendere d’insegnare a essere felici è un obiettivo fallimentare in partenza. La felicità non la si può apprendere come una qualunque disciplina del sapere. E neppure esistono metodi o guide per poter essere felici. Freud è esplicito al riguardo: «Non vi è un consiglio che valga per tutti; ogni individuo deve trovare da sé la maniera particolare in cui può essere felice».

Eppure oggi sono numerosi i manuali sulla felicità che circolano con titoli ammiccanti.  Il messaggio che veicolano in modo ossessivo è che la felicità la si può acquisire con la forza della volontà. Basta affidarsi a una serie di esercizi psicofisici. Su Internet esistono migliaia di siti che propongono la felicità a buon mercato e ogni giorno ne compaiono di nuovi. Tutti additano, come guide di self-help alla felicità, decaloghi, farmaci esotici, strategie mentali, lettura dei tarocchi, aspirazione di aromi. In gran parte sono vademecum che richiedono un pedaggio molto pesante: l’alienazione di sé.

Del resto non sono da meno i numerosi movimenti religiosi che, alla maniera degli psicofarmaci, assicurano la felicità. A tutto ciò si aggiunga l’attuale inflazione dei festival della felicità. Di fronte a tutto questo bombardamento mediatico pensiamo, quindi, sia saggio seguire il suggerimento di Nietzsche:

All’individuo, in quanto vuole la sua felicità, non si debbono dare prescrizioni sulla via che alla felicità conduce: infatti la felicità individuale sgorga da leggi sue proprie, ignote a chiunque, e da prescrizioni esteriori può soltanto essere ostacolata e intralciata.

È indubbio che la ricerca della felicità è un insopprimibile bisogno di sempre dell’essere umano. Essa però non è legata a una tecnica, ma a uno stato interiore. Introduzione del libro Dentro la Felicità di Vittorio Luigi Castellazzi

Dentro la Felicità – Ritrovare i luoghi del cuore. 

L’essere felici non dipende tanto da fattori esterni o da particolari tecniche, ma dal nostro cuore. Sono le buone radici della nostra infanzia che ci rendono capaci della felicità.

C’è una felicità sana, propria degli ottimisti che, possedendo una buona fiducia di base, si sentono amati e sono pronti a dare amore.

E c’è una felicità malata, propria dei cercatori del piacere scambiato per felicità, dei dipendenti da psicofarmaci o da droghe, degli euforici, degli iperattivi, degli iperadattati che, per evitare la critica ed essere accettati e amati, si sentono inconsciamente obbligati a esibire la maschera della contentezza.

Ci sono coloro che, pur desiderandolo, si sentono in colpa o hanno paura di essere felici. Ci sono i pessimisti che si sentono tagliati fuori dal mondo della felicità, ma essa può loro dischiudersi, se saranno aperti a un serio e impegnativo itinerario psicoterapeutico.

Aspirare a essere felici è una potente molla dell’esistenza. Rivela che non abbiamo perso la fiducia in noi stessi e nei nostri simili e che la speranza non è spenta nei territori della nostra psiche.

Ciò aiuta a crescere, anche quando l’anagrafe ci colloca nella terza o nella quarta età.

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