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Comunicazione con i defunti

Comunicazione con i defunti

COMUNICAZIONE Post-Mortem indotta – Una nuova terapia rivoluzionaria per sconfiggere anche l’afflizione della morte.

Fondamentalmente, per spiegare la nuova rivoluzionaria forma di terapia del dolore scoperta dal Dr. Allan Botkin, psicologo che lavora a Libertyville, Illinois, esistono due possibilità: o i pazienti afflitti soffrono di allucinazioni, oppure sono in contatto con “i defunti”.

Tale terapia, denominata Comunicazione Post-Mortem Indotta (IADC), comporta anche che i pazienti vedano e comunichino con i loro cari scomparsi e occasionalmente, con defunti ostili.

La IADC utilizza i movimenti oculari per ottenere risultati che sono caratteristici dell’IADC e che nessun altro metodo è mai riuscito ad ottenere.

In questa terapia quindi si utilizzano i movimenti oculari che sembrano anche far diminuire le emozioni negative associate ai suoi ricordi dolorosi. Alcuni esperimenti ebbero come esito l’elaborazione della procedura, che inizialmente si denominò “Desensibilizzazione tramite Movimenti Oculari” (EMD).

Dopo che i problemi emotivi di un paziente sono stati analizzati e si è predisposto un piano di trattamento, paziente e terapeuta concentrano l’attenzione su eventi dolorosi che apparentemente hanno determinato i disturbi emotivi.

Al paziente viene ordinato di concentrarsi su una particolare immagine o pensiero negativo, mentre al contempo muove avanti e indietro gli occhi seguendo le dita del terapeuta, spostate nel campo visivo del paziente per 20-30 secondi o più.

Al paziente viene detto di liberare la mente e di prendere nota di qualsiasi pensiero, immagine o ricordo affiori, quindi di concentrarsi su una convinzione positiva identificata all’inizio della sessione e poi di concentrarsi Ulteriormente sull’evento di disturbo sotto il profilo emotivo.

Dopo varie serie di movimenti oculari, in genere i pazienti riportano una maggiore fiducia nella convinzione positiva e l’eliminazione del disturbo emotivo.

Nella terapia IADC, alla persona che piange la morte di un proprio caro viene chiesto di concentrarsi direttamente sull’afflizione durante i movimenti oculari.

La IADC tipica prevede che il paziente veda un defunto e che quest’ultimo gli dica che tutto è a posto e di non affliggersi. In diversi casi il defunto riferisce informazioni precedentemente ignote al paziente. La terapia funziona con individui di ogni credo religioso, atei e scettici inclusi. L’esito finale è che la maggioranza dei pazienti supera il proprio dolore.

Botkin è ragionevolmente sicuro che molti pazienti che hanno tratto beneficio dalla terapia non sono immersi in sogni, immagini, fantasie o altrimenti in preda ad allucinazioni, tuttavia preferisce non pronunciarsi sull’eventualità che i pazienti siano o meno in contatto con il mondo degli spiriti.

Qualunque sia la spiegazione, secondo Botkin la cosa funziona nel 70 per cento dei casi.
Nello spiegare la propria posizione, Bolkin afferma: “In quanto psicologo interessato principalmente a guarire persone che soffrono così profondamente, ho adottato la strategia di non affrontare discussioni sulle varie convinzioni; per qualche tempo credenti e scenici hanno condono questa battaglia. Sono convinto che se prendo una determinata posizione e mi schiero da una parte, per me sarà più difficile aiutare coloro che ne hanno bisogno.”

Inoltre Botkin sottolinea che la sua posizione neutrale permette al paziente di interpre­tare la propria esperienza senza essere condizionato dalle convinzioni del terapeuta.

Anche se Botkin ha scoperto la IADC nel 1995, il suo incarico di psicologo presso il Department of Veteran Affairs, che ha rivestito sino a tre anni fa, gli ha impedito di promuovere attivamente la terapia fra i suoi colleghi e di sottoporla all’attenzione del pubblico.

Da molti anni la terapia del dolore comunemente accettata consiste nell’estinguere i legami emotivi con i cari defunti, vale a dire, questi ultimi sono passati a miglior vita, quindi dimentichiamoli.

La terapia IADC integra una tendenza, in lenta ascesa, che prevede un punto di vista opposto: quello di sviluppare sani legami continuativi con i defunti. Dato che tale approccio va contro la scienza materialista, che ci ha indottrinati nella convinzione che la vita non sia altro che una marcia verso l’annientamento ed il nulla, molti terapeuti lo ignorano o lo avversano.
In merito alla terapia IADC Botkin dice: “È ancora assai recente, ma sta iniziando ad esplodere adesso”.

Botkin ricorda che il suo libro dal titolo Induced After-Death Communication, scritto a quattro mani assieme a R, Craig Ho-gan, PhD, è stato pubblicato nel 2005 ed è già in fase di ristampa, e che la televisione sta iniziando a manifestare un certo interesse.
All’epoca della sua intervista per il presente articolo di NEXUS egli aveva appena ultimato un documentario HBO e ben presto sarà ospite di Cood Mvrning America.

Dopo aver conseguito la laurea in psicologia presso la Baylor University nel 1983, Botkin andò a lavorare presso un ospedale per veterani nell’area di Chicago. Nei successivi vent’anni si è specializzato nella cura dei veterani della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra di Corea, del Vietnam e di Tempesta ne! Deserto, i quali soffrivano di disordine da stress post-traumatico (PTSD), un disturbo che lino alla fine degli an­ni ’70 era noto come “stress da combattimento” o “psicosi traumatica”. Tale disturbo deriva dalla sperimentazione o dall’osservazione delle nefandezze e degli orrori della guerra. In molti casi gli effetti sono di lunga durala.

Talvolta i ricordi sono sepolti nel subconscio ed influiscono negativamente sulla personalità anni più tardi, in modi che non risultano sempre palesemente collegati alle esperienze belliche.

Nei primi dodici anni di questa pratica, Botkin rimase spesso frustrato dai limitati esiti della “terapia dell’esposizione”, che all’epoca rappresentava il metodo di cura che andava per la maggiore.

Come spiega egli stesso, i pazienti venivano ripetutamente sottoposti a rievocazioni delle loro esperienze traumatiche in un ambiente sicuro e di sostegno, nella speranza che di conseguenza le loro reazioni emotive diminuissero di intensità.

Maggiori risultati positivi arrivarono dopo che, agli inizi degli anni ’90. Botkin fu addestrato nella EMD, li dove spesso per riscontrare cambiamenti occorrevano anni di psicoterapia convenzionale, Botkin iniziò a constatare drastici cambiamenti in una singola sessione di EMD. che trovò particolarmente efficace per guarire l’afflizione.

Secondo Botkin la maggior parte dei pazienti che soffrono di afflizione sperimentano tre emozioni fondamentali: senso di colpa, collera e tristezza. Egli scoprì che senso di colpa e collera servivano solo a proteggere il soggetto dalla tristezza, quindi iniziò a stimolare i pazienti affinché andassero direttamente al nocciolo della tristezza, eludendo in tal modo senso di colpa e collera; scoprì inoltre che i pazienti reagivano meglio quando chiudevano per breve tempo gli occhi dopo una serie di movimenti oculari. Affrontando la tristezza, senso di colpa e collera svanivano.

Altri studiosi si sono interessati dal fenomeno e fra questi in particolare la dott.essa Franchie Shapiro.

Esperienze di terapia IADC

Botkin scopri accidentalmente la IADC nel corso di una sessione con un paziente per il quale, per motivi di riservatezza, usa lo pseudonimo “Sam”. Mentre combatteva in Vietnam. Sam aveva prestato soccorso a Le un’orfanella vietnamita di dieci anni di età; in realtà aveva deciso di adottarla e di riportarla con sé in patria.

Un giorno, mentre Sam ed altri soldati stavano aiutando Le ed altri orfani a salire su un autocarro per condurli ad un orfanotrofio, furono attaccati dal nemico.

Quando Sam scoprì il corpo esanime di Le in mezzo al fango dietro il mezzo, rimase distrutto dal dolore, che lo accompagnò sino a quella sessione del 1995 con Botkin.

Nel corso della EMD Sam vide Le nelle vesti dì una splendida donna dai lunghi capelli corvini, vestita di bianco, circondata da una luce fulgente. Le gli parlò e lo ringraziò dì essersi preso cura di lei prima della sua morte.

Sam era estasiato, convinto di aver appena comunicato con Le e di averne sentito l’abbraccio. Inizialmente Botkin suppose che Sam avesse avuto delle allucinazioni, nonché compromesso la sua capacità di distinguere la realtà dalla fantasia ma, dopo che vari altri pazienti gli riferirono esperienze analoghe, decise di condurre degli esperimenti.

La sua prima ADC deliberatamente indotta ebbe luogo con un paziente di nome Gary, la cui figlia Julie era morta all’età di tredici anni. Dato che alla nascita aveva subito una grave carenza di ossigeno, Julie non aveva mai sviluppato capacità mentali superiori a quelle di una bimba di sei mesi. Dopo un attacco di cuore e una corsa all’ospedale, Julie venne posta in rianimazione cardiopolmonare. Dato che in seguito manifestò una certa capacità di respirare autonomamente, fu staccata dal respiratore; lottò per respirare, quindi morì fra le braccia di Gary.

Botkin ricorda: “Mentre Gary mi raccontava la vicenda, le lacrime scorrevano sul suo viso. Gli illustrai la mia nuova procedura e gli chiesi se intendesse fare un tentativo, al che lui replicò che se ritenevo che ne valesse la pena era disposto a provare, pur essendo convinto che nel suo caso non avrebbe funzionato, in quanto era ateo e non credeva a quel genere di cose.”

Dopo che Bolkin gli fece effettuare l’intera procedura, Gary chiuse gli ocelli. “Quando li riapri, aveva un’espressione stupita” – continua Botkin – ‘”quindi disse, ‘Ho visto mia figlia. Stava giocando in un giardino, ricco dì intensi colori vivaci e smaglianti. Sembrava in buona salute e si muoveva senza essere impedita dai problemi fìsici che aveva in vita. Mi ha guardato e ho potuto percepire il suo amore per me.’ Quindi parlammo della sua esperienza. Gary era convinto che la figlia fosse ancora viva, sebbene in un luogo assai diverso.”

Poi però l’espressione di stupore di Gary si tramutò in un’espressione di tristezza. Quando Botkin gli chiese cosa non andasse. Gary replicò che si sentiva ancora triste per la mancanza della figlia. Quindi Botkin lo sottopose ad un’altra serie di movimenti oculari e gli chiese di tenere a mente quel pensiero. Gary chiuse gli occhi e si sedette tranquillo per alcuni momenti. “Quando riaprì gli occhi” – racconta Botkin – “dis­e, ‘Ero di nuovo nel giardino e Julie mi guardava. Mi ha detto, ‘”Sono ancora con te, papa”.'” Gary riferì a Botkin che in vita Julie non era in grado di parlare, quindi se ne andò sentendosi felice e ricongiunto con la sua bambina.

Un anno dopo Botkin contattò Gary, il quale lo informò che si sentiva ancora ricongiunto con la figlia. La nuova convinzione di Gary era che “la gente non muore davvero; assume semplicemente un’altra forma e vive in un luogo diverso, assai piacevole”.

Un veterano del Vietnam si è offerto di raccontare la sua esperienza con la IADC per il presente articolo, anche se preferisce restare nell’anonimato. Lo chiameremo “Mark”, in veste di pilota di un elicottero da attacco, durante i 18 mesi trascorsi in Vietnam Mark uccise molte persone, tuttavia l’episodio che lo turbava maggiormente riguardava quattro natanti pieni di soldati vietnamiti. Privi di bandiere e segni di riconoscimento, i natanti avevano sconfinato in un canale militare. Mark e gli altri quattro elicotteri della formazione sotto il suo comando li attaccarono e “li fecero saltare fuori dall’acqua”; egli ricorda i corpi che volavano in aria.
Due settimane dopo fu informato che si trattava di truppe alleate. Mark deplora che “ti resta fisso nella mente e ti pesa davvero sulla coscienza”, aggiungendo di essere stato abbattuto sette volte e ferito in due occasioni.

Nel 2002 Mark richiese una terapia per PTSD presso l’ospedale dei veterani. Quando il terapeuta gli spiegò la procedura IADC e gli chiese se gli andasse di provarla, egli si dimostrò più che propenso; dopo la somministrazione dei movimenti oculari, Mark concentrò l’attenzione sull’incidente dei natanti; egli, il cui ricordo è ancora molto vivido, riferisce: “Quanto accaduto in seguito è che ho visto una formazione di vietnamiti dirigersi verso di me; un aspetto curioso è che si trovavano in una compagine russa e non statunitense. Due comandanti si sono fatti avanti ed hanno iniziato parlarmi nella loro lingua.” Mark non comprese le loro parole sino a quando non gli fu somministrato un altro movimento oculare. Continuavano a parlare in vietnamita, ma in qualche modo Mark riusci a comprendere telepaticamente quello che stavano dicendo. “Mi hanno riferito che capivano che avevo fatto quello che dovevo e che non avevano alcun risentimento nei miei confronti, che si trovavano in un luogo migliore e che non mi dessi pena. Poi se ne sono andati. Si è trattato di un’ottima cosa e mi ha tolto un grande fardello dalle spalle.”

Nel corso di un’altra sessione 1ADC Mark vide una donna che teneva in braccio il suo primogenito, morto ancora bambino nel i 978. Dato che era concentrato sul bambino, non riconobbe immediatamente la donna come la sua defunta madre.

In quella specifica sessione il bambino non parlò, tuttavia riapparve in sessioni successive prima come adolescente e poi come uomo adulto. “Mio figlio mi dice, ‘Non preoccuparti, papa, sto bene. Ci vediamo presto.’ Non sapevo come reagire, se mi toccherà morire presto o che altro, ma la cosa era davvero confortante.'”

Mark inoltre ripercorse uno degli incidenti in elicottero in cui era rimasto coinvolto, compreso il dolore e l’intensità dello stesso. Mark tenta di spiegare le immagini: “La qualità e la nitidezza delle immagini sono di gran lunga superiori a quelle dei sogni; sono tridimensionali e se ne mantiene un vivido ricordo. Per rendersene conto bisogna sperimentarlo. Non è ipnotismo. Ti spaventa, ma è davvero grande. L’aspetto più importante, è che ti da pace, e dopo aver vissuto queste esperienze la vita assume maggior significato. Vi è un senso di con­inuità, il tutto è molto confortante.”

Ivau Rupert, altro veterano, per molli anni fu ossessionato dal ricordo di una carneficina in Vietnam. In veste di fotografo di guerra, una mattina presto fu convocato per scattare delle foto ad un autobus vietnamita fatto saltare in aria. Rupert ricorda che “c’erano corpi e pezzi di corpi ovunque, ma quello che mi è davvero rimasto impresso era il corpo di una giovane donna incinta. Si riusciva a vedere il bimbo ed il cordone ombelicale che lo teneva unito alla madre”.

La scena si ripresentò per molti anni nei sogni di Rupert, sino a quando non si sottopose alla terapia IADC con Botkin. Quello che lo angustiava in modo particolare era che all’epoca era più interessato a scattare delle buone foto piuttosto che a patire per gli episodi di cui era testimone. Nel corso della IADC, la donna vietnamita comunicò con Ivan. “Mi ha detto di trovarsi in un luogo di gran lunga migliore e mi ha aiutato a capire che non ero il mostro che pensavo di essere. Mi ha detto che non mi biasimava affatto per quell’episodio.”

Rupert non è in grado di asserire con certezza se la donna parlasse vietnamita o inglese. “Si trattava di una specie di comunicazione da mente a mente, da cuore a cuore,” spiega Rupert, aggiungendo di non avere più incubi legali alla vicenda.

Rupert è convinto al di là di ogni dubbio di aver comunicato con la donna vietnamita. “Quando mi hanno spiegato per la prima volta la procedura ero molto scettico. Sembrava qualcosa di incomprensibile, un trucco, ma era una cosa genuina. Sono sicuro di non aver sofferto di allucinazioni e di non essere stato ipnotizzato. Mi auguro che la VA [Veterans Administration] la prenda in seria considerazione e la renda disponibile; darebbe pace a molti veterani.”

Testimonianze di altri terapeuti IADC

Da quando ha iniziato a svolgere la sua attività in forma privata, Botkin insegna la tecnica IADC ad altri terapeuti. Una di costoro, Laura Winds di Bellingham, Washington, dice di aver constatato drastici cambiamenti nei pazienti sottoposti alla IADC, ed afferma; “Quello che trovo davvero convincente è il senso di pace con cui se ne vanno.”

Rievocando una IADC nella quale una paziente vide il proprio marito deceduto, suicidatosi con un’arma da fuoco. Laura descrive la reazione della donna: “Magia ! Magia ! Jim è lì in piedi, in mezzo alla porta.” Jim era venuto a dire alla sua vedova di non affliggersi.

Un’altra paziente, il cui compagno aveva ucciso la figlia di due anni, vide quest’ultima durante la IADC e riuscì a superare gran parte del suo dolore. Prima della sessione IADC la donna era assai scettica in materia di vita dopo la morte, ma adesso è certa che ve ne è una e che un giorno rivedrà la sua bimba.

Laura Winds stima di aver utilizzato la IADC con 20-25 pazienti; a parie tre casi, tutti gli altri hanno sperimentato una guarigione parziale o totale. Laura dice: “Si riesce davvero a percepire il senso di amore e pace che accompagna la guarigione.”

La D.ssa Kathy Parker, terapeuta di Roselle, Illinois, stima di aver utilizzato la IADC con 50-60 pazienti, con un tasso di successo pari all’80 per cento.

Una delle sessioni più drammatiche ha implicato una donna la quale era stata funzionario di governo in un paese africano e aveva visto la zia saltare in aria su una mina antiuomo, con pezzi del corpo che volavano da tutte le parti.

La zia in questione è apparsa durante la IADC e, sorridendo, ha detto alla nipote che resterà sempre con lei. Secondo le parole della Parker: “II livello di guarigione che si raggiunge con la terapia è assolutamente sorprendente. La cosa è misteriosa, nondimeno appare assai reale tanto a me quanto ai miei pazienti.”

Hania Slromberg, terapeuta di Albuquerque, New Mexico, ha condono 30 sessioni IADC e ritiene che solo tre di esse non abbiano avuto successo. Mania spiega: “In realtà (i pazienti) non volevano applicarsi; anche se all’inizio avevano deciso di fare un tentativo, immagino che si siano interposte le loro paure.”

Stromberg deplora il fatto che molte persone che soffrono non si avvalgano di questa terapia dinamica. “Sarebbe appropriata per molle persone di mia conoscenza e immagino che vi farebbero ricorso ben volentieri, tuttavia non lo fanno. Il modo di pensare comune non è abbastanza aperto. In linea generale le persone non credono che i defunti siano ancora in giro ed abbiano un impatto su di noi. Ho tentato di destare l’interesse di alcuni miei amici terapeuti, ma quando sollevo la questione ottengo solo si­enzio. Quando si tratta di questo genere di cose, la mentalità scientifica è davvero ristretta.”

A quanto sembra, Stromberg ha capacità di chiaroveggente e chiaroudente, quindi si è trovata nelle condizioni di condividere alcune delle esperienze. In una di queste una paziente era afflitta dalla morte della madre e si sentiva fortemente in colpa per non aver assolto determinati obblighi. Mentre stava somministrando i movimenti oculari, Stromberg ha “percepito” una presenza che entrava nella stanza e quindi ha visto una donna abbigliata con un abito colorato e che calzava scarpe con i tacchi alti. Questa donna, la defunta madre della paziente, si è rivolta a quest’ultima con un vezzeggiativo ed ha iniziato a discuterne i problemi.

Al termine della sessione, Stromberg ha messo a confronto le sue annotazioni con quanto riferito dalla paziente e tutti i particolari coincidevano: l’abito colorato, i tacchi alti, il vezzeggiativo, l’argomento della conversazione.

Stromberg non ha mai pensato di possedere talenti da medium e, prima di queste esperienze condivise, non ha mai dimostrato particolare interesse per questi ambiti. Hania dice: “Sono molto sensibile al riguardo, ma ho sempre evitato le persone che hanno questo genere di esperienze. In realtà la questione non mi ha mai particolarmente attirato.”

Quando attraverso il paziente fluiscono informazioni assai personali, Stromberg non le sente. “Non ne sono al corrente e non mi soffermo su di esse.” Come Botkin, Stromberg assume una posizione neutrale rispetto a quanto accade, lasciando l’interpretazione al paziente.

Le IADC non sono allucinazioni

Botkin afferma che il processo EMD/IADC non comporta ip­nosi. Infatti spiega: “L’ipnosi induce nel paziente uno stato mentale concentrato e rilassato, mentre l’ EMD accresce l’elaborazione di informazioni nel cervello.”

Botkin la paragona ad un cineproiettore, che durante l’ipnosi rallenta mentre durante l’EMD accelera.
Botkin inoltre ridimensiona le affermazioni secondo cui le IADC sono allucinazioni, spiegando: “La prova più schiacciante è che tutte le persone che si sottopongono alla IA­DC riferiscono che si tratta di qualcosa di assai diverso da tutte le altre esperienze.

Tecnicamente le allucinazioni sono percezioni prive di corrispondente input sensoriale, il che significa che le allucinazioni stanno tutte nella mente di un soggetto e non hanno nulla a che fare con qualsiasi realtà esistente separata da noi. Solitamente le allucinazioni hanno contenuti assai negativi, i quali variano considerevolmente a seconda del soggetto, e sono ritenute sintomo di gravi disordini psicologici. Per converso, è evidente che il contenuto di una IADC è uniformemente positivo, assai coerente da soggetto a soggetto e decisamente terapeutico sotto il profilo psicologico.”

Per di più, aggiunge Botkin, il fatto di avere esperienze condivise – come nel caso di Stromberg e della sua paziente – va a discapito della teoria delle allucinazioni.

Botkin sottolinea inoltre che presso la University of North Texas sono in corso studi della IADC controllati scientificamente e confida che tali studi confermeranno le migliaia di osservazioni cliniche eseguite da lui stesso e da altri terapeuti addestrati nella IADC. Egli dice: “Sento di avere l’obbligo morale di proporla al mondo. A questo punto il mio lavoro principale è quello di recare aiuto a coloro che ne hanno bisogno, come veterani che tornano dall’Iraq o dall’Afghanistan e persone sopravvissute a disastri.”

Se la IADC è quello che i terapeuti e la maggior parte dei pazienti sono convinti che sia, è possibile che Botkin abbia davvero fatto la più grande scoperta del secolo, forse del millennio.»

A proposito dell’Autore:

Laureatosi nel 1958 presso la Scuola di Giornalismo della San Jose State University (laurea di primo grado in Relazio­ni Pubbliche), negli ultimi 50 anni MikeTymn ha scritto oltre 1.400 articoli per circa 35 giornali, riviste e libri. Anche se per la maggior parte i suoi scritti hanno riguardato ambiti sportivi, Mike ha trattato argomenti relativi ad affari, viaggi, metafisica ed interesse generale.
Per il suo saggio dal titolo “Dying, Death and After Death”, nel 1999 ha vinto il Rohert H. Ashby Memorial Award conferito da The Academy of Religion and Psychical Research.

Vari incarichi lo hanno portato in luoghi fra i più disparati quali Bangkok, Panama, Glastonbury, Gerusalemme, Hollywood, St Paul eTombstone.

Attualmente MikeTymn riveste l’incarico di vicepresidente della Academy of Spirituality and Paranormal Studies, Inc., ed è direttore di The Searchlight, pubblicazione trimestrale di tale istituto. Inoltre scrive per la rivista Running Times ed è collaboratore di National Masters News, un mensile dedicato agli atleti.

Il suo libro The Articulate Dead: Bringing thè Spirit World Alive verrà pubblicato da Galde Press {FATE Magazine) alla fine dell’anno in corso (2006] o agli inizi del prossimo.

Nativo della San Francisco Bay Area, nel 2002 Mike ha la­sciato il suo lavoro principale di direttore del settore sinistri di una compagnia assicurativa. Attualmente risiede a Honolulu, Hawaii, e può essere contattato presso [email protected]

Riferimenti

  • Per ulteriori informazioni sulle IADC, visitate il sito web del Dr. Allan Botkin presso http://induced-adc.com.
  • Per ulteriori informazioni sul­le IADC nonché forum di discus­sione, visitate il sito web del Dr, Craig Hogan presso http://mindstudies.com.
  • Per informazioni sulla EMD, visitate il sito web della D.ssa Francine Shapiro presso http://www.emdr.com

LENTA ACCETTAZIONE della IADC

Verrebbe da pensare che qualcosa dalle profonde implicazioni come la Comunicazione Post-Mortem Indotta riceva una diffusa attenzione tanto dal settore della salute mentale quanto da quello dei principali media e del pubblico in generale. Pur in assenza di prove incontrovertibili, i riscontri indicano con forza che durante la IADC i pazienti afflitti entrano in contatto con i defunti.
Cosa ci potrebbe essere di più sconvolgente e meritevole di attenzione ?

Tuttavia l’accettazione è stata lenta, senza dubbio perché la comunicazione con i defunti è un fenomeno che travalica la “soglia dello stupore” di molte persone, in particolare di quelli programmati a credere che prima di essere considerata una verità, qualsiasi cosa deve rispettare rigidi criteri scientifici.

Il termine soglia dello stupore è stato coniato dalla britannica Renée Haynes, ricercatrice di fisica nonché autrice, per definire il punto oltre il quale non siamo più disposti ad accettare qualcosa come un dato di fatto e lasciamo che prevalga lo scetticismo.

A cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, alcuni eminenti scienziati indagarono a fondo sul fenomeno della medianità. Scoprirono alcuni casi di frode, ma infine giunsero alla conclusione che “i defunti” parlavano attraverso i medium autentici.

Nono­stante la loro levatura nella comunità scientifica, questi studiosi furono attaccati dai loro colleghi, convinti che i ricercatori in questione fossero stati raggirati.

Sir William Crookes, eminente fisico e chimico britannico, fu uno di coloro che subirono le stroncature dei colleghi. Crookes replicò alle critiche dicendo: “Non ho mai affermato che fosse possibile; ho detto soltanto che era vero.”

Un individuo dalla mente aperta che si prenda la briga di esaminare attentamente le ri­cerche svolte da Crookes, Sir William Barrett, Dr, Richard Hodgson, Sir Oliver Lodge, Dr. James H. Hyslop ed altri si renderà conto che vi sono riscontri in abbondanza – se non addirittura al di là di ogni ragionevole dubbio, relativi alla sopravvivenza della coscienza dopo la morte e, in concomitanza, inerenti ad un mondo spirituale in cui gli spiriti abitano secondo vari livelli di progresso, il Dr. Alfred Russell Wallace, il quale formulò la teoria dell’evoluzione per selezione naturale nello stesso periodo di Charles Darwin, affermò che le prove della comunicazione con gli spiriti sono altrettanto sostanziose dì quelle che corroborano altre aree della scienza – inclusa, a quanto pare, l’evoluzione.

Più di recente la scienza ortodossa ha trascurato riscontri che indicano con forza che l’esperienza di quasi-morte (NDE) e i fenomeni di voce elettronica sono collegati ad una vita dopo la morte.

Gli scettici spesso sottolineano che questi fenomeni non possono essere replicati e, di conseguenza, traggono la conclusione che non sono degni di indagine scientifica.

R. Craig Hogan, PhD, coautore assieme ad Allan L. Botkin, PsyD, di Induced After-Death Communication (Hampton Roads, 2005), dice: “Tutto si riduce al fatto che in larga misura non è possibile controllarla o misurarla in modo scientifico; di conseguenza la IADC ha suscitato scarso interesse.”

Secondo il modo di vedere di Hogan, coloro che vi oppongono maggiore resistenza sono quelli maggiormente invischiati nel paradigma meccanicistico secondo il quale il fondamento è il mondo fisico; egli riconduce la questione agli inizi del diciannovesimo secolo ed alla “Età della Ragione”, allorquando gli scienziati proclamarono che l’unica conoscenza valida derivava dal controllo e dalla misurazione, che solo gli stessi scienziati erano in gra­do di comprendere. “In fin dei conti”-dice Hogan – “sino ad allora la gente comune aveva creduto che la depositaria di tutto il sapere fosse la Chiesa cattolica, quindi la gente stessa non aveva comunque modo di accedervi. Secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica, l’individuo nei suo intimo era peccaminoso, depravato, ingenuo e influenzato dal demonio. Quando la scienza disse alla gente che l’individuo nel suo intimo era anche propenso a percezioni erronee, superstizione ed infantile ignoranza dei fatti dell’UniVerso, la gente si limitò ad annuire.”

Hogan ritiene che i media abbiano contribuito al problema, e dice: “Cercano sempre lo scontro, il medium contro lo scettico, e cosi non c’è soluzione.”

Anche se apparentemente convinto che la IADC comporti effettivi contatti con il mondo degli spiriti, Hogan spiega che il terapeuta deve assumere una posizione neutrale, lasciando l’interpretazione al paziente. “Il ruolo del terapeuta non è quello di valutare la fonte dell’esperienza o, quanto a questo, qualsivoglia parte del sistema di credenze del paziente; ritengo che ogni terapeuta inquadri la discussione in termini in cui il paziente si sente a proprio agio.”

Tuttavia Hogan avverte che ad un certo punto coloro che vanno alla ricerca della verità devono trascurare i fondamentalisti della scienza, ed afferma: “Dobbiamo smettere di cercare di adattare i nostri metodi e studi all’interno del ristretto paradigma delle cose che possono essere controllate e misurate. Non dovremmo inchinarci alle richieste di coloro che insistono su controllo e misurazione. In fin dei conti, per la sua parte preponderante la realtà non fa parte di tele ambito.”

L’obiettivo della terapia IADC verte sul dolore devastante, ma Hogan intravede qualcosa di assai più grande che ne deriva. “La terapia è valida perché allevia il dolore, ma questo è un aspetto assai meno importante degli esiti che essa determinerà. Al (Botkin) ha scoperto scintille di elettricità, tuttavia il risultato importante sarà quello di illuminare intere città”.

By Michael E. Tymn – Tratto da: NEXUS n° 43 – Articolo tratto da http://www.mednat.org/

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Crediti immagine Fresh Paint

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