Che cos’è un egregore ?


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Che cos’è un egregore ? “È sgomento il vegliardo nel vedere quel giovine che sa evocare il diavolo, le strigi, l’egregore; attossica la spada con linfa di mandragore.” Victor Hugo, Lejour des rois

Origine della parola “egregore”

La prima vera domanda da porsi, per chi s’interessa degli egregori, è proprio: “Che cos’è un egregore?” Infatti, al di là delle posizioni di ciascuno, ipotesi avanzate e pseudo-teorie, vedremo che fin dalla sua apparizione questa parola ha rivestito significati differenti, e a volte persino contraddittori, a seconda degli autori che l’hanno messa in evidenza.

Per capire esattamente in che modo tratterò degli egregori in questo libro, è dunque necessario tornare al senso dato a tale parola e precisare a che cosa mi riferisco. Spesso un’incomprensione deriva più dalla diversa interpretazione di un certo termine che dal suo significato: è dunque fondamentale intendersi sul senso di questa parola, anche se non tutti sempre saranno d’accordo.

Etimologicamente parlando, è comunemente ammesso che il termine proverrebbe dal greco égrègoros e, per estensione, dal verbo égregorao (“essere risvegliati”). L’egregore è spesso definito come un “guardiano”, un essere invisibile incaricato al tempo stesso di sorvegliare e di accompagnare. Per Virya cabalista erudito e rispettato, si potrebbe anche risalire a un’origine egiziana visto che la parola gre in egiziano significa “silenzioso”. Del resto, nelle correnti iniziatiche, l’egregore è spesso chiamato “guardiano silenzioso”.

Il primo autore designato come fonte della diffusione della parola “egregore” sarebbe Victor Hugo, nella sua poesia Le jour des rois pubblicata nel 1859; un estratto è in epigrafe a questo capitolo. In questi versi Hugo parla degli egregori come fossero spiriti, entità coscienti, che si potrebbero assimilare a entità del basso astrale.

Tuttavia, il termine “egregore” si trova molto prima di Victor Hugo. Innanzitutto, in un apocrifo del II secolo della nostra èra, il Libro d’Enoch, molto diffuso nei circoli esoterici del Rinascimento e del Medioevo.

Benché le traduzioni moderne di quest’opera ignorino la parola, quest’origine è menzionata da René Guenon, e anche, come vedremo, da Paul Lacour che, nel 1838, pubblica Aeloim e gli dei di Mosè, nel quale reinterpreta la Genesi, che traduce nel suo “senso intimo e razionale”. In quest’opera gli egregori sono i “BNI Ealeim” (figli di Dio) della tradizione cabalistica.

Angelo guardiano

Così nel ventunesimo versetto della sua traduzione del terzo capitolo della sua versione della Genesi leggiamo:

E così il Signore degli Dèi stabilì per l’essere adamico e per la donna di quest’essere, uno spirito di sorveglianza e d’incoraggiamento; un egregore, un angelo guardiano, il cui ruolo è di avere compassione, di rivolgere al pentito parole di consolazione; e di queste li coprì, e ne fece il loro protettore.

Anche qui, come in Guénon e nel Libro di Enoch, l’egregore è un’entità protettrice cosciente, un angelo, o meglio un “angelo guardiano” incaricato di vegliare e sorvegliare l’uomo, di proteggerlo e consolarlo. Si è ancora lontani dall’idea che ci si è fatti di questa parola oggi.

Ed è naturale, perché è a partire da  Éliphas Lévi e dalla sua Storia della magia (1859) che assume un significato più vicino a quello di oggi. Eppure egli darà un’origine etimologicamente fantasiosa alla parola: “egregore” deriverebbe da grex, “gregge”. Le ricerche etimologiche attuali rifiutano questo significato. Ma vediamo come Éliphas Lévi ci descrive l’egregore:

Esiste un agente misto, un agente naturale e divino, corporeo e spirituale, un mediatore plastico universale, un ricettacolo comune delle vibrazioni del movimento e delle immagini della forma, un fluido e una forza che potremmo in qualche modo chiamare l’immaginazione della natura. Grazie a questa forza gli apparati nervosi comunicano segretamente insieme; lì nascono la simpatia e l’antipatia; da lì derivano i sogni; attraverso di essa si producono i fenomeni di seconda vista e visione soprannaturale.

Questo agente universale delle opere della natura è l’od degli Ebrei e del cavaliere di Richembach, è la luce astrale dei martinisti, e noi preferiamo, in quanto più esplicita, quest’ultima definizione. L’esistenza e l’uso possibile di questa forza sono il grande arcano della magia pratica. È la bacchetta dei taumaturghi e la chiave della magia nera. È il serpente edenico che ha trasmesso a Èva le seduzioni di un angelo caduto.

La luce astrale calamita, riscalda, illumina, magnetizza, attira, respinge, vivifica, distrugge, coagula, separa, spezza, raccoglie tutte le cose sotto l’impulso di potenti volontà.

Dio l’ha creata fin dal primo giorno quando ha detto FLAT LUX! In sé è una forza cieca, ma è diretta dagli egregori, cioè dai padroni delle anime. I padroni delle anime sono spiriti di energia e di azione.


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Ciò basta a spiegare tutta la teoria dei prodigi e dei miracoli. Come potrebbero infatti, buoni e cattivi, forzare la natura a manifestare le sue capacità eccezionali? Come potrebbero esistere miracoli divini e miracoli diabolici? Come è possibile che la mente disturbata, smarrita, corrotta in certi casi abbia più forza di quella giusta, così potente della sua semplicità e della sua saggezza, se non presupponiamo uno strumento di cui tutti possono servirsi, seguendo certe condizioni, gli uni per il più gran bene, gli altri per il più gran male?

Come possiamo constatare, in realtà Eliphas Levi ci descrive la stessa cosa che si trova in Lacour e nel Libro di Enoch, ma vi lega il concetto di “luce astrale” – il famoso “fluido” degli spiriti del XIX secolo dal quale sono create le forme-pensiero.

Gli egregori per Levi sono i “capi delle anime”, una specie di ufficiali responsabili dell’utilizzo delle energie psichiche o astrali.

Penso dunque che la confusione sia stata fatta in seguito, sicuramente da Stanislas de Guaita, che tratta diffusamente gli egregori nella sua Chiave della magia nera De Guaita, alla sua epoca considerato un sommo maestro, non è stato rimesso in discussione e così “l’errore” si è propagato. Nella sua evoluzione la parola “egregore” assume un nuovo significato in Rosier (che menziona la definizione originale, ma ne accetta la definizione moderna a ragion veduta), Ambelain, poi molti altri, malgrado il fatto che, come dicevamo sopra, René Guénon contestò questo cambiamento.

I Malakh della tradizione cabalistica

Per quanto mi riguarda, penso che questo errore derivi dalla confusione fatta con i Malakh della tradizione cabalistica che, loro sì, corrispondono perfettamente a ciò che oggi si chiama un egregore. Ecco quel che ci racconta Virya di questi Malakh:

La tradizione insegna che quando dieci persone si riuniscono per pregare, esse creino un angelo (Malakh). Le dieci persone riunite si chiamano “Minyan”, è il numero minimo di persone necessarie per compiere alcuni riti e recitare alcune preghiere (Kaddish). Così, la preghiera di un Minyan forma un Malakh, la cui vocazione ed energia sono motivate dalla Kawanah (intenzionej del gruppo.

Se questo Malakh è regolarmente dinamizzato, la sua energia crescerà e diventerà sempre più potente. In caso contrario si esaurirà. Le qualità del Malakh partorito saranno sigillate da un nome, un sigillo magico, colori, profumi e invocazioni, che i membri del gruppo utilizzeranno per attivare la forza del loro Malakh.

Vediamo che in questo brano il Malakh è molto simile al nostro egregore.

Così, come abbiamo appena constatato, dall’apparizione di questa parola nel linguaggio comune al XIX secolo, la sua definizione si è evoluta, si è trasformata, per designare infine la creazione di un’entità psichica da parte di un gruppo. E il significato generale che si dà all’egregore oggi. In altri termini, ogni riunione di individui animati da un progetto o un obiettivo comune creerà un insieme di energie psichiche che accompagnerà il gruppo nel senso della sua volontà.

Se questa energia psichica è canalizzata, controllata da certi riti, e se se ne utilizzano certe chiavi, allora farà nascere un’entità collettiva che potrà, a seconda della tecnica impiegata, dotarsi di una coscienza e realizzare le sue scelte. Con il tempo, e a seconda del fervore dei suoi creatori, l’entità potrà arrivare a conquistare la sua autonomia e a utilizzare il gruppo nel suo interesse, trasformandolo, come scrive Fernand Rozier, nel “corpo fisico dell’egregore”. Ma c’è innanzitutto un insegnamento da acquisire, una comprensione che ci permetterà di cogliere l’egregore nella sua globalità, ed è ciò che cercheremo di sviluppare in questo libro.

Per un migliore accesso al testo, desidero precisare la mia definizione personale dell’egregore, quella che qui utilizzerò: per me, il termine “egregore” indicherà ogni creazione estratta dalla forza psichica di un gruppo, o di una persona, che canalizza questa forza per un tempo determinato o indeterminato.

Così, ed è l’obiettivo di questo libro, tutto ciò che può essere creato a partire da quella “luce astrale” di cui ci parlava Eliphas Levi rientrerà nel campo degli egregori, con delle sfumature ben inteso, ma ne farà parte. Vi ritroveremo sia le forme-pensiero che le larve, le entità collettive o i geni familiari. Il termine “egregore” sarà dunque accettato come un termine globale, con lo scopo di permettermi, nell’ambito dell’argomento di quest’opera, di affrontare l’insieme delle creazioni psichiche e di spiegarne allo stesso tempo il funzionamento e la creazione.

Estratto del libro “La Magia degli Egregori“.

Come creare e dominare le energie psichiche collettive.

Vincent Lauvergne – Venexia Edizioni

Il libro ti invita anche a immaginare che un mondo, di primo acchito totalmente immaginario, prenda vita in una sorta di dimensione parallela e possa entrare in comunicazione con il nostro mondo, influenzando la tua vita senza che tu ne abbia alcuna consapevolezza. » Più informazioni su La Magia degli Egregori

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