Lezioni di Buddhismo

LEZIONI DI BUDDHISMO

Prima lezione: le quattro nobili verità.

Basiamo le nostre lezioni su un discorso del Buddha, sicuramente il più importante e rappresentativo del suo insegnamento, e cioè il primo sermone che egli tenne dopo il suo risveglio. Il nome di questo testo è Dhammacakkapavattana-sutta, e cioè ‘Il discorso sulla messa in moto della Ruota della Dottrina’.

LA RUOTA DELLA DOTTRINA

1. Così ho udito: una volta il Sublime dimorava presso Baranasi, a Isipatana, nel Parco delle Gazzelle.

2. Allora il Sublime si rivolse al gruppo dei cinque bhikkhu: ‘Questi due estremi, o bhikkhu, deve evitare l’asceta; quali sono questi due estremi?

3. Quello connesso ai piaceri dei sensi, basso, plebeo, da gente comune, volgare, dannoso; e quello dell’automortificazione, doloroso, volgare, dannoso. Entrambi questi estremi evitando, o bhikkhu, la via di mezzo realizzata dal Tathagata compiutamente Svegliato, apportatrice di chiara visione e di conoscenza, conduce alla calma, alla conoscenza trascendente, al risveglio, al nirvana.

La Via di Mezzo

4. E qual’è, o bhikkhu, questa via di mezzo realizzata dal Tathagata, che conduce alla calma, alla conoscenza trascendente, al risveglio, al nirvana? È questo nobile ottuplice sentiero, e cioè: retta visione, retta risoluzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. Questa, o bhikkhu, è la via di mezzo realizzata dal Tathagata, che conduce alla calma, al nirvana.

5. Questa, o bhikkhu, è la nobile verità del dolore: la nascita è dolore, l’invecchiamento è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; l’unione con quel che non si ama è dolore, la separazione da quel che si ama è dolore, il non ottenere quel che si desidera è dolore. […]

6. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità dell’origine del dolore: è quella sete che porta alla rinascita, quella sete congiunta al diletto e alla brama, che qua e là trova compiacimento, e cioè: sete di piacere, sete di esistenza, sete di non-esistenza.

7. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità della cessazione del dolore: è il totale annientamento della sete, la rinuncia, l’abbandono, la liberazione, il distacco.

8. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità della via che conduce alla cessazione del dolore: è questo nobile ottuplice sentiero, e cioè: retta visione, retta risoluzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione”.

Un breve commento

Bene, prima di tutto alcune delucidazioni su certe parole. ‘Tathagata’ significa ‘il così-andato’ ed è un appellativo del Buddha. I ‘bhikku’ sono i monaci mendicanti della tradizione buddhista. ‘Nirvana’ – ovviamente – è la meta del cammino buddhista, la liberazione totale dai limiti dell’esistenza, la libertà ottenuta dall’estirpazione completa del desiderio egocentrico.

Dunque, dal brano letto deduciamo che la via del Buddha parte dalla constatazione di un problema (l’esistenza del dolore: la prima nobile verità); prosegue nella individuazione della causa del dolore (la sete, il desiderio: la seconda nobile verità); continua prospettando la cessazione del dolore (l’eliminazione della sete: la terza nobile verità); conclude indicando il mezzo per ottenere la ‘guarigione’ dal dolore (l’ottuplice sentiero: la quarta nobile verità).

L’Ottuplice Sentiero

Sull’ottuplice sentiero torneremo la prossima volta. Ricordiamo solo l’ultimo elemento interessante presente in questo brano: l’insistenza sulla via di mezzo. La via buddhista aborre gli estremismi: né un ascetismo sterile e doloroso, né una concessione volgare all’istintualità, tanto naturale quanto fuorviante per un percorso di crescita interiore. Una via che oggi potremmo chiamare ‘moderata’.

LA VIA CHE CONDUCE ALLA CESSAZIONE DEL DOLORE

Seconda lezione: l’ottuplice sentiero (1)

Abbandoniamo per ora il ‘Il discorso sulla messa in moto della Ruota della Dharma’ e concentriamoci per un paio di lezioni sulla quarta nobile verità e cioè sull’ottuplice sentiero.

Prendiamo allora in mano un altro discorso del Buddha (il n. 22 della Digha Nikaya). Qui sono spiegati con maggiore precisione i significati delle otto ‘membra’ del sentiero buddhista.

Leggiamo allora un brano tratto da questo testo:

“E quale è, o monaci, la Nobile Verità del Cammino che conduce alla Cessazione della Sofferenza? Essa è il Nobile Ottuplice Cammino, cioè Retta Visione, Retta Risoluzione, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di sussistenza, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza, Retta Concentrazione.

La Retta Comprensione

E cosa è, o monaci, la Retta Visione [altrimenti detta Retta Comprensione]? Comprendere la sofferenza, comprendere l’origine della sofferenza, comprendere la cessazione della sofferenza, comprendere il cammino che conduce alla cessazione della sofferenza: questa è la Retta Visione.

Retto Pensiero

E cosa è la Retta Risoluzione [altrimenti detto Retto Pensiero]? Pensieri liberi da bramosie, pensieri liberi da malevolenza, pensieri liberi da crudeltà: questo è la Retta Risoluzione.

Retta Parola

E che cosa è la Retta Parola? Astenersi dal mentire, dal calunniare, dal parlare aspramente, dal parlare di cose futili: questa è la Retta Parola.

Retta Azione

E cosa è la Retta Azione? Astenersi dal togliere la vita, astenersi dal prendere ciò che non ci vien dato, astenersi da eccessi sensuali: questa è la Retta Azione.

Retta Vita

E cosa sono i Retti Mezzi di sussistenza [altrimenti detta Retta Vita]? Quando il discepolo abbandona un modo di guadagnarsi la vita che non è confacente e ottiene sostentamento in modo confacente e corretto: questi sono i Retti Mezzi di sussistenza.

Retto Sforzo

E cosa è il Retto Sforzo? Qui un monaco avanza il desiderio, fa uno sforzo, comincia una lotta, applica la mente, obbliga la mente ad impedire il sorgere di cattive e malsane condizioni non ancora sorte. In quanto alle cattive e malsane condizioni che erano già sorte, egli mette tutto l’impegno per distruggerle. Per le condizioni buone e profittevoli che non sono ancora sorte, egli pone intenso desiderio affinché sorgano. Per le condizioni profittevoli che sono già sorte egli pone desiderio, fa uno sforzo, comincia una lotta, applica la mente, obbliga lo sua mente per la loro continuazione, per non trascurarle, per aumentarle, per coltivarle, per portarle a maturazione. Questo è il Retto Sforzo”.

Commento

Questo testo non ha bisogno di commenti particolari. Notiamo solo che la Retta Visione consiste nel comprendere pienamente il senso delle Quattro Nobili Verità (esistenza del dolore, causa del dolore, fine del dolore, via che conduce ad essa).

E notiamo infine l’impegno a cui è chiamato il praticante soprattutto nel Retto Sforzo: le condizioni mentali negative già sorte, egli si impegna ad eliminarle. Le condizioni mentali positive già sorte, egli si impegna a coltivarle. Le condizioni mentali negative non ancora sorte, egli si impegna a impedire che nascano in lui. Le condizioni mentali positive non ancora sorte, egli si impegna – mediante un intenso desiderio – a propiziarsele.

Il praticante è attento al proprio ‘giardino’ mentale: coltiva ciò che è positivo e estirpa le erbacce attraverso l’osservazione benevolente, distaccata e distesa dei pensieri negativi al loro sorgere.

Terza lezione: l’ottuplice sentiero (2)

Concludiamo la lettura delle ‘regole’ dell’ottuplice sentiero, così come ci sono presentate dal discorso n. 22 della Digha Nikaya.

Retta Consapevolezza

“E che cosa è lo Retta Consapevolezza [altrimenti detta Retta Attenzione]? Qui il monaco dimora praticando lo contemplazione del corpo nel corpo – praticando la contemplazione delle sensazioni nelle sensazioni – praticando la contemplazione della mente nella mente – praticando la contemplazione delle formazioni mentali nelle formazioni mentali, ardentemente, comprendendo chiaramente e attentamente, dopo aver superato le bramosie e le ambizioni del mondo: questa è la retta Consapevolezza.

Retta Meditazione

primo assorbimento

E che cosa è la Retta Concentrazione [altrimenti detta Retta Meditazione]? Qui un monaco distaccato dalle cose sensibili, distaccato dalle cose malsane, entra nel primo assorbimento (Jhana), nato da distacco, accompagnato da pensieri concettuali e da pensieri discorsivi e si riempie di rapimento e di gioia.

secondo assorbimento

Dopo aver superato i pensieri concettuali e discorsivi, guadagnando tranquillità interiore e unificazione della mente egli entra in un secondo assorbimento libero da pensieri, nato da Concentrazione e si riempie di rapimento e di gioia.

terzo assorbimento

Dopo aver eliminato lo stato di rapimento, egli dimora equanime, attento, chiaramente cosciente ed esperimenta personalmente quella sensazione di cui i saggi dicono «Felice è l’uomo equanime ed attento »; questo è il terzo assorbimento.

quarto assorbimento

Infine abbandonando la gioia e il dolore, e superando le condizioni anteriori di felicità e di afflizione, egli entra in una condizione al di là della gioia e del dolore, nel quarto assorbimento che è purificato dalla equanimità e dalla attenzione. Questa è lo Retta Concentrazione”.

Commento

Meditazione della Consapevolezza

Vediamo che questi ultimi due punti dell’ottuplice sentiero hanno a che fare con la pratica meditativa.
Per quanto riguarda il brano sulla consapevolezza, può risultare un po’ complicato. Per ora ci basti sapere che esercizi come l’anapanasati (consapevolezza del respiro) o anche la camminata in meditazione, fanno parte di questo principio. Una pratica che comincia dal corpo, perchè esso è quell’aspetto della nostra persona con cui, in un modo o nell’altro, abbiamo maggiore dimestichezza; che continua con le sensazioni, per giungere alla mente e per concludersi nella contemplazione delle formazioni mentali. Su tutto questo torneremo con maggiore precisione più avanti.

È in ogni caso importante sottolineare che la pratica della consapevolezza, come è indicato dal testo, va realizzata in uno stato di abbandono di desideri egocentrici, di brame, ecc.: “dopo avere superato le bramosie e le ambizioni del mondo”. Impossibile riempire un recipiente di una sostanza benefica senza un’operazione precedente di svuotamento.

Pratica della Meditazione

Veniamo quindi alla Retta Concentrazione. Durante la pratica approfondiamo sempre più questo stato originario di silenzio, di vuoto. Ma non c’è un solo silenzio: c’è in realtà una sempre più concentrata penetrazione in questo ‘pozzo senza fondo’. Il nostro centro resta sempre uno, ma la consapevolezza che abbiamo di esso si amplia sempre più.

Gli Assorbimenti

Allora ci sono vari ‘assorbimenti’: quattro ne vengono enumerati. Nel primo si vive una situazione piacevole, ma ancora la mente è dominata dai nostri numerosi pensieri discorsivi e concettuali. Continuando la pratica, unificando maggiormente la mente, pervenendo ad uno stato di quiete superiore, i discorsi mentali tacciono, spariscono e rimane la piacevolezza, il rapimento per ciò che stiamo provando: questo è il secondo assorbimento.

Nel terzo assorbimento sparisce anche il rapimento stesso, considerato come elemento disturbante, squilibrante rispetto alla virtù di una attenzione equanime, benevolente, equilibrata ed elevata (cioè al di là dei moti burrascosi delle sensazioni). Il quarto e ultimo stadio è un approfondimento ulteriore del precedente: qui lo stato realizzato nella pratica si fa permanente, accedendo ad un livello al di là della dualità, degli opposti (bene-male, gioia-dolore, ecc.), nel quale tutto è attenzione, equilibrio, equanimità, concentrazione.

QUARTA LEZIONE: LA “RETTA PAROLA”

All’interno dell’ottuplice sentiero vi sono tre stadi che si riferiscono al comportamento etico. Essi sono il terzo, il quarto e il quinto: retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza.

Ci siamo concentrati in questa lezione sulla retta parola. Abbiamo letto alcuni brani da “Il nobile ottuplice sentiero” di Bhikkhu Bodhi, un monaco buddhista di origine americana.

Vi sono “quattro tipi di retta parola: astensione da parola falsa, astensione da parola divisiva, astensione da parola aspra e astensione da parola oziosa”.

1) Astensione da parola falsa

«Ecco, uno evita la falsa parola e si astiene da essa. Egli dice la verità, è devoto alla verità, affidabile, meritevole di fiducia, non ingannatore degli uomini. In un’assemblea, tra molti uomini, tra parenti e congiunti, in compagnia, alla corte del re, chiamato a dare testimonianza di ciò che sa, non sapendo risponde: ‘Non so’, sapendo risponde ‘So’; non avendo visto risponde: ‘Non ho visto’, avendo visto risponde ‘Ho visto’. Egli non mente deliberatamente, né per proprio vantaggio, né per vantaggio altrui, né per un vantaggio quale che sia».

Così commenta il nostro autore queste parole del Buddha: “Dire il vero mette in armonia il nostro atteggiamento interiore con la vera natura dei fenomeni, consentendo alla saggezza di sorgere e sondare la verità delle cose. Quindi, più ancora che un principio etico, la devozione alla parola verace si fonda sull’essere radicati nella realtà invece che nell’illusione, nella verità afferrata con la saggezza invece che nelle fantasie ordite dal desiderio”.

2) Astensione da parola divisiva

«Ecco, uno evita la parola divisiva e si astiene da essa. Ciò che ha udito qui non ripete là per causare discordia; ciò che ha udito là non ripete qui per causare discordia. Così rende concordi coloro che sono divisi, e coloro che già sono concordi incoraggia. La concordia lo rallegra, nella concordia si diletta, e con la parola egli diffonde concordia».

Il commento di Bhikkhu Bodhi: “Divisiva, o calunniosa, è quella parola tesa a creare discordia e frattura, provocando spaccature tra individui e gruppi. Il motivo nascosto dietro la parola calunniosa è in genere l’invidia, il risentimento suscitato dalla rivalità, associato al desiderio di demolire l’immagine dell’avversario con lo strumento della denigrazione verbale. Altri fattori motivanti possono essere la volontà crudele di ferire, il tentativo di guadagnarsi proditoriamente stima e simpatie, o il piacere perverso di portare discordia là dove c’è amicizia. […] Il comportamento opposto, insegna il Buddha, è la parola che costruisce amicizia e armonia, che sgorga da una mente animata da amorevolezza ed empatia”.

3) Astensione da parola aspra

«Ecco, uno evita la parola aspra e si astiene da essa. Egli dice parole cortesi, piacevoli a udirsi, amabili; parole che giungono al cuore, dilettevoli, amichevoli e piacevoli a tutti».

Bhikkhu Bodhi: “Il linguaggio aspro, il linguaggio ingiurioso, radica nell’ira e intende provocare dolore in chi ascolta. […] Responsabile della parola aspra è l’avversione, che si manifesta come ira e rabbia. […] L’antidoto giusto è la pazienza: sopportare biasimo e critiche, simpatizzare con i difetti altrui, rispettare la diversità di vedute, sopportare le ingiurie senza sentirsi in dovere di replicare per rappresaglia.

Il Buddha consiglia la pazienza anche nelle prove più dure: «Se anche, o monaci, ladri e assassini vi segassero gli arti e le giunture, chi desse via all’ira, costui non seguirebbe il mio insegnamento. Riflettete invece così: ‘La mia mente rimarrà imperturbata, colma d’amore e libera da celato astio; e costoro io irraggerò di pensieri d’amore, vasti, profondi, infiniti, liberi da ira e da odio’»”.

4) Astensione da parola oziosa

«Ecco, uno evita le parole oziose e si astiene da esse. Egli parla al momento giusto, in accordo coi fatti, parola di cose salutari, parla del Dharma [l’insegnamento buddhista] e della disciplina; le sue parole sono un prezioso tesoro, pronunciate al momento giusto, ragionevoli, misurate e assennate».

Così commenta Bhikkhu Bodhi: “Con ‘parola oziosa’ si intendono i discorsi vuoti, le chiacchiere vane, il cicaleccio superficiale. Parole che non comunicano niente di significativo, ma ottengono soltanto di agitare ed eccitare senza costrutto la mente propria ed altrui. […] Nel caso del monaco, a cui è specialmente indirizzato il passo citato, egli è tenuto a pesare le parole e a comunicare soprattutto il Dharma.

I laici avranno ovviamente maggiore necessità di conversazioni affettuose e piacevoli, in famiglia e con gli amici, oltre alle discussioni richieste dall’ambiente di lavoro. L’invito è comunque a mantenere la consapevolezza, perchè la conversazione non si smarrisca in pascoli in cui la mente eccitata, sempre a caccia di cibi dolci o piccanti, trovi il modo di indulgere alle sue abitudini dispersive”.

Quinta lezione: i cinque impedimenti

Ostacoli alla Meditazione

Prima di esaminare il ‘retto sforzo’, soffermiamoci su quelli che vengono chiamati – nella tradizione buddhista – ‘i cinque impedimenti’. Essi sono gli ostacoli che ostruiscono il cammino di crescita all’interno dell’ottuplice sentiero. Ciò che impediscono soprattutto è la consona disposizione della mente alla concentrazione.

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Sono: il desiderio sensuale, la malevolenza, la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione, il dubbio. Questi inquinanti invadono la mente, facendola deviare dalla sua calma concentrata e dalla visione profonda.

I tre mali radicali

I tre mali radicali (avidità, avversione, illusione), radici di tutto ciò che vi è di negativo nell’uomo, sono espressi da questi impedimenti. L’avidità è espressa dal desiderio sensuale; la malevolenza dall’avversione; la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione e il dubbio sono conclusione dell’illusione (intesa come prendere per vero e giusto ciò che non lo è).

Il desiderio sensuale

Il desiderio sensuale. Non è, come qualcuno potrebbe pensare, il desiderio sessuale. È la cupidigia, diretta a tutto ciò che è oggetto dei nostri sensi: ciò che ci è piacevole agli occhi, alle orecchie, al tatto, ecc. È cioè la brama: brama dei sensi, brama per il potere, brama per la posizione sociale, per la ricchezza, …

Malevolenza e Pigrizia

La malevolenza. È sinonimo di avversione: odio, ira, risentimento… verso gli altri, certi oggetti, certe situazioni o se stessi. Pigrizia. È l’inerzia mentale, il ricadere continuamente nel nostro stato ottenebrante di sonno.

Ansia, dubbi e preoccupazioni

Agitazione/preoccupazione. È tutto ciò che produce lo stato ansioso. L’agitazione si esprime in quella forma di irrequietezza che conduce la mente di pensiero in pensiero, in modo quasi smanioso. La preoccupazione è prodotta dal rimorso per errori passati o dal timore per il futuro. Dubbio. Non si tratta del giusto uso della facoltà critica, bensì della cronica incapacità di decidersi nella pratica spirituale.

LEZIONE SESTA: Il ‘retto sforzo’ (prima parte)

Abbiamo visto che il retto sforzo consiste in quattro tipi di ‘impegni’: impedire il sorgere di condizioni negative quando ancora non sono sorte, l’impegnarsi a distruggere quelle già sorte, il desiderare che sorgano condizioni positive e l’applicarsi affinchè le condizioni positive già sorte non vengano tracurate, bensì coltivate e maturate.

Oggi parleremo del primo di questi impegni.

Quando si parla di condizioni negative a cosa ci si riferisce? L’abbiamo visto nella scorsa lezione: sono i cinque impedimenti: desiderio sensuale, malevolenza, pigrizia, agitazione/preoccupazione, dubbio.
Riprendiamo la nostra lettura del testo di Bhikkhu Bodhi:

Lo sforzo può bloccare gli impedimenti

“Lo sforzo per tenere in scacco gli impedimenti è necessario sia all’inizio sia nell’intero sviluppo della pratica meditativa. Gli impedimenti distraggono infatti l’attenzione e oscurano la consapevolezza, a scapito della calma e della chiarezza. Gli impedimenti […] sono prodotti dell’attivazione di tendenze normalmente sopite nelle profondità del continuum mentale, in attesa dell’occasione per salire in superficie. Di solito, vengono innescati da un qualunque stimolo sensoriale. […] Ove la mente apprenda l’informazione senza un’adeguata attenzione, con discernimento non abile, lo stimolo sensoriale tenderà a instaurare una risposta non salutare. […] L’inquinante evocato corrisponde all’oggetto: oggetti gradevoli suscitano desiderio, oggetti sgradevoli avversione, oggetti indeterminati illusione. […] Per impedire l’insorgere degli inquinanti latenti occorre evidentemente esercitare una forma di controllo sui sensi. […]

Come controllare i sensi

«Percependo con l’occhio una forma, con l’orecchio un suono, col naso un odore, con la lingua un gusto, col corpo un contatto, con la mente un oggetto mentale, egli non ne ricerca né l’insieme né i particolari. Ed è sollecito a evitare ciò per cui avidità, turbamento e altri stati non salutari sorgerebbero se egli permanesse con sensi incontrollati; perciò veglia sui propri sensi e li controlla» (Buddha).

Controllo dei sensi non significa negazione dei sensi, non significa ritrarsi totalmente dal mondo sensoriale. Cosa impossibile ma, se anche fosse possibile, non risolverebbe il vero problema, in quanto le contaminazioni sorgono nella mente, non nell’organo sensoriale e tanto meno appartengono all’oggetto.

La pratica del controllo dei sensi

La chiave della pratica è indicata nelle parole «non ne ricerca né l’insieme né i particolari». L’insieme è l’apparenza generale dell’oggetto su cui viene costruito il pensiero inquinato; i particolari sono le caratteristiche secondarie. In mancanza di controllo sensoriale, la mente vaga a casaccio nel campo del sensibile. Dapprima si afferra all’insieme, mettendo così in moto gli inquinanti, quindi si lascia affascinare dai particolari, consentendo agli inquinanti di moltiplicarsi e prosperare.

Il controllo dei sensi richiede di applicare ai processi sensoriali la consapevolezza e la chiara comprensione. La coscienza sensoriale procede per momenti successivi, in una sequenza di atti cognitivi aventi ciascuno un proprio speciale compito. I momenti iniziali sono funzioni automatiche: la mente contatta l’oggetto, lo apprende, lo accoglie, lo esamina e lo identifica. Immediatamente dopo l’identificazione si apre lo spazio per la valutazione, che trapassa nella scelta della reazione.

La consapevolezza come guida

In assenza di consapevolezza, gli inquinanti latenti che sono in attesa di un’opportunità di salire alla superficie, innescheranno una valutazione erronea. […] Invece, sotto il fuoco della consapevolezza, il processo valutativo viene troncato sul nascere prima che possa stimolare gli inquinanti latenti. La consapevolezza li «tiene in scacco» mantenendo la mente a livello della nuda percezione sensoriale. Essa fissa l’attenzione sul semplice dato, impedendo alla mente di caricarlo di concetti radicati nel desiderio, nell’avversione e nell’illusione. Con la chiara consapevolezza come guida, la mente può continuare a conoscere l’oggetto nella sua realtà senza essere fuorviata”.

LEZIONE SETTIMA: Il ‘retto sforzo’ (seconda parte)

Parliamo oggi del secondo tipo di sforzo, quello cioè teso ad abbandonare gli stati mentali negativi già sorti.

“Egli non trattiene pensieri di lussuria, malevolenza o danno, così come ogni altro stato non salutare già sorto; egli li abbandona, li discaccia, li recide e li porta a dissoluzione” (Buddha).

Leggiamo dal testo di Bhikkhu Bodhi:

“Il Buddha, in un importante discorso presenta cinque tecniche per contrastare i pensieri ostruenti. Il primo antidoto consiste nel sostituire un pensiero non salutare con un pensiero salutare, così come un falegname introduce un cuneo nuovo per rimuovere quello vecchio. […] Si può applicare l’antidoto in ogni momento in cui l’impedimento si presenta a disturbare la meditazione, oppure lo si può assumere quale oggetto primario per contrastare un impedimento che si rivela di ostacolo cronico alla propria pratica. […]

MEDITAZIONE SUGLI OPPOSTI COME ANTIDOTO

Antidoto generico al desiderio è la meditazione sull’impermanenza, che scalza la base stessa dell’attaccamento […]. Per quanto riguarda il desiderio sessuale, l’antidoto più potente è la contemplazione degli aspetti sgradevoli del corpo […]. L’antidoto alla malevolenza è la meditazione sull’amorevolezza, che scioglie ogni traccia di ira e odio attraverso l’irraggiamento metodico del desiderio altruistico che vuole la felicità per tutti gli esseri.

La Meditazione camminata

La sonnolenza e il torpore esigono uno sforzo particolare […] Vengono proposti metodi diversi: visualizzare una sfera luminosa, alzarsi per un periodo di corroborante meditazione camminata, riflettere sulla morte sempre incombente, determinarsi a proseguire con vigore.

Meditazione sul respiro

L’agitazione e la preoccupazione sono contrastate dal rivolgere la mente a un oggetto di meditazione molto semplice e di effetto calmante; la pratica universalmente consigliata è la consapevolezza del respiro. L’antidoto contro il dubbio è l’esame […].

Cinque Metodi per il Controllo del Pensiero

Mentre questo primo dei cinque metodi per espellere gli impedimenti comporta un rimedio specifico per ogni impedimento, gli altri quattro operano in modo generale.

Il secondo schiera le forze della vergogna e del timore morale contro il pensiero indesiderato: il pensiero viene visto nella sua bassezza, oppure se ne considerano le conseguenze spiacevoli finchè si innesca una ripugnanza interiore che discaccia il pensiero.

Il terzo metodo implica uno spostamento deliberato dell’attenzione; al presentarsi di un pensiero non salutare che reclama a gran voce la nostra attenzione, invece di prestargli ascolto lo escludiamo spostando altrove l’attenzione […].

Eliminazione di un pensiero indesiderato con l’Osservazione

Il quarto metodo ricorre a un approccio opposto; invece di distoglierci dal pensiero indesiderato lo assumiamo deliberatamente a oggetto di meditazione, esaminandone le caratteristiche e investigandone le cause. Con ciò il pensiero si acquieta e infine scompare. Un pensiero non salutare, infatti […] posto sotto osservazione diventa innocuo.

Il quinto metodo, da usarsi solo come estremo rimedio, è la soppressione, e consiste nel contrastare vigorosamente il pensiero non salutare con la forza di volontà […].

Il Controllo dei Pensieri

Non più dominati dai pensieri, impariamo a dirigerli. Qualunque pensiero vogliamo pensare, quello penseremo; qualunque pensiero non vogliamo pensare, quello non penseremo”.

LEZIONE OTTAVA: Il ‘retto sforzo’ (terza parte)

Concludiamo oggi la nostra indagine intorno al retto sforzo. Gli ultimi due tipi di sforzo riguardano: il far sorgere stati salutari non ancora sorti e il consolidare gli stati salutari già sorti.

Quali sono gli stati salutari?
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Gli stati salutari da far sorgere sono innumerevoli: la calma, la chiara visione, gli stessi otto aspetti dell’ottuplice sentiero. Ma il Buddha dà particolare importanza ai cosiddetti ‘sette fattori di illuminazione’: consapevolezza, esame dei fenomeni, energia gioia, tranquillità, concentrazione, equanimità. Sono i fattori che conducono all’illuminazione e che – essi stessi – la costituiscono. Operando all’unisono, eliminano le cause del dukkha (sofferenza).

Consapevolezza e Comprensione

Commentando il percorso BUDDHISMO: IL RETTO SFORZO – 3 dei sette fattori di illuminazione, Bhikkhu Bodhi scrive: “Il cammino verso l’illuminazione comincia dalla consapevolezza, che prepara il terreno per la comprensione profonda portando alla luce i fenomeni qui e ora, nel momento presente, spogliati di ogni interpretazione soggettiva, commento e proiezione. Poi, dopo che la consapevolezza abbia presentato all’attenzione i nudi fenomeni, il fattore dell’esame interviene per investigarne le caratteristiche, le condizioni e gli effetti. […] Il lavoro di investigazione richiede energia […]. Con il crescere dell’energia prende vita il quarto fattore, la gioia, in forma di piacere tratto dall’oggetto. La gioia aumenta gradatamente fino all’estasi: onde di beatitudine attraversano il corpo, la mente si accende di contentezza, l’ardore e la fiducia si intensificano.

Beatitudine in Tranquillità, Gioia in Serenità

Tali esperienze, benchè incoraggianti, presentano un difetto: inducono uno stato di eccitazione difficile da placare. Perseverando nella pratica, la beatitudine si addolcisce stemperandosi nel quinto fattore, la tranquillità. La gioia permane, ma mitigata, e la contemplazione procede con composta serenità. La tranquillità porta a maturazione il sesto fattore, la concentrazione o mente unificata su un punto.

L’Equanimità

Con il rafforzarsi della concentrazione si fa sempre più dominante l’ultimo fattore, l’equanimità, stato di equilibrio interiore libero dai due opposti impedimenti dell’agitazione e dell’inerzia. […] L’equanimità ha il medesimo carattere di ‘spettatore’. Una volta che tutti i fattori di illuminazione siano perfettamente bilanciati, la mente assiste impassibile al gioco dei fenomeni”.

Consolidare gli stati salutari

Riguardo al quarto tipo di sforzo, in un discorso del Buddha troviamo scritto: “Egli [il monaco, il meditante] dirige la volontà a consolidare gli stati salutari già sorti; non li porta a fin ma li accresce, li conduce a maturità e alla perfezione dello sviluppo”. Si tratta dello sforzo atto a mantenere saldo nella mente un oggetto salutare di concentrazione. Commento di Bhikkhu Bodhi: “La saldezza dell’oggetto fa sì che i sette fattori di illuminazione crescano in stabilità e in forza, sino a sfociare nella comprensione liberante. Quest’ultima rappresenta l’apice del retto sforzo”.

NONA LEZIONE: La retta attenzione 

Oggi, concludendo il nostro brevissimo excursus sulla filosofia del Buddha, leggiamo alcuni brani relativi alla ‘retta attenzione’.

Vittoria sulla paura

“Per colui il cui pensiero non divaga, la cui mente non è trascinata, che ha abbandonato bene e male, per colui che è vigile, per costui non esiste paura”. (Dhammapada, 39)

Il Controllo dei pensieri

“Piccoli, sottili pensieri: se inseguiti, rimescolano il cuore. Non comprendendo l’effetto dei pensieri sul cuore, si corre di qua e di là, con la mente fuori controllo. Ma comprendendo l’effetto dei pensieri sul cuore, la persona vigile e consapevole li trattiene. E allorché, inseguiti, rimescolano il cuore, colui che è sveglio li lascia andare senza traccia”. (Udâna, Meghiya Sutta)

L’attenzione

“È buona cosa prestare attenzione a ciò che si dice e si pensa. Il praticante attento si sente libero e allegro”. (Dhammapada)

Qui e ora

“Non inseguire il passato, non crearti aspettative per il futuro. Perche’ il passato non esiste piu’ e il futuro non esiste ancora. Da’ attenzione alle cose cosi’ come sono in questo istante – proprio qui e proprio ora – senza farti tirar dentro, senza vacillare. Cosi’ ti devi esercitare. Devi stare attento oggi, perche’ domani, chissa’, potrebbe esser troppo tardi. La morte arriva all’improvviso e non vuol sentir ragioni. Se vivrai cosi’, con attenzione, giorno e notte, allora si’ che potrai dirti saggio”. (Bhaddekaratta Sutta, Majjhima Nikaya 131).

Consapevolezza

«Attento sia il praticante e consapevole: questo ritenete, o monaci, come nostro insegnamento. E come, o monaci, il praticante sta attento? Ecco, o monaci, il praticante, dopo aver rigettato desideri e preoccupazioni mondani, vigila attento presso il corpo sul corpo, presso le sensazioni sulle sensazioni, presso la mente sulla mente, presso gli oggetti mentali sugli oggetti mentali: così il praticante sta attento. E come il praticante è consapevole? Egli rimane consapevole nell’andare e nel venire, nel guardare e nel non guardare, nell’inchinarsi e nel sollevarsi, nel portare l’abito e la scodella dell’elemosina, nel mangiare e nel bere, nel masticare e nel gustare, nel vuotarsi di feci e di urina, nel camminare e nello stare e nel sedere, nell’addormentarsi e nel destarsi, nel parlare e nel tacere: così il praticante è consapevole. Attento sia il praticante e consapevole: questo ritenete, o monaci, come nostro insegnamento». (Buddha, “Mahâparinibbanâsutta”, Digha Nikaya 16).

Distrazione e Attenzione

“Colui che prima viveva immerso nella distrazione e poi diventa attento, illumina il mondo, come luna libera dalle nuvole”. (Dhammapada, 172)

Non violenza e compassione

«Questa fu la mia scrupolosità: fui sempre consapevole nel camminare avanti e indietro, al punto ch’ero sempre colmo di compassione perfino per una goccia d’acqua, attento a non ferire alcuna delle minuscole creature annidate tra le fessure del terreno. Tale era la mia scupolosità». (Majjhimanikaya, 12)

Vivi senza bramosa avidità, colma la tua mente di benevolenza. Sii consapevole e attento, interiormente stabile e concentrato. (Anguttara Nikaya II, 29)

La giusta Attenzione

Così ho udito: “Riguardo ai fattori interni, non vedo nessun altro singolo fattore come la giusta attenzione che sia così importante nell’addestramento di un praticante che non abbia ancora raggiunto la meta del cuore, ma sia intento al suo conseguimento. Il praticante lascia perdere ciò che non è utile e sviluppa ciò che è utile. La giusta attenzione è la qualità del praticante in addestramento: nient’altro è così importante per il raggiungimento dell’obiettivo supremo. Il praticante, con il giusto sforzo, raggiunge la fine dello sforzo”.
(Itivuttaka, I, 16)

Uno stato di equilibrio

Queste ultime parole (“Il praticante, con il giusto sforzo, raggiunge la fine dello sforzo”) ci ricordano il fine e l’atteggiamento nel quale porsi durante la meditazione. Se all’inizio quello che si prospetta è una serie di ‘sforzi’ (mantenere l’attenzione costa fatica, rimanere consapevoli è un lavoro su di sè), la conclusione auspicabile dovrebbe essere l’ottenimento di uno stato di equilibrio e di presenza mentale privo di sforzo, interiorizzato completamente; espellendo abitudini inveterate e sostituendole con abitudini benefiche, queste ultime agiscono in noi silenziosamente e stabilmente.

Anche per questo la meditazione non è un ricercare, un ‘prendere’, ma un lasciare andare, ‘lasciare la presa’: abbandono.

Articoli di Salvatore Messina La Meditazione come via – Tratto da Scienza new thought

Il buddismo è una delle religioni più antiche ancora praticate e una di quelle con più seguaci, circa 200 milioni di persone in tutto il mondo.

Anche se alcuni preferiscono fare riferimento al buddismo più come a una filosofia di vita che a una religione. In un modo o nell’altro, ciò che ha permesso a questa filosofia/religione di sopravvivere nel tempo continuando a conquistare dei seguaci sono i messaggi semplici, pieni di saggezza che possono davvero cambiare in meglio la nostra vita quotidiana. Infatti, non è necessario convertirsi al buddismo per godere dei benefici che ci può dare. Basta mantenere una mente aperta e il cuore disponibile.

Leggi queste 10 frasi buddiste che possono cambiare la tua vita

Il Dhammapada è il libro più noto del Canone buddhista, scritto intorno al III secolo a.C. Nei suoi 26 file raccoglie in 423 strofe i detti del Buddha che ci appaiono, dopo più dì duemila anni, di estrema modernità. Seguendo questo link potrai ascoltare gratuitamente l’audiolibro

Una lettura che vi consigliamo La Via dello Zen

Crediti immagine Fresh Paint

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